Guida Zero Rifiuti


Zero Rifiuti: una guida pratica e aperta per eliminare i rifiuti e l’usa-e-getta dalla propria vita

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Questa guida per vivere Zero Rifiuti è un testo collettivo e in continua espansione, una raccolta di idee per chi ha voglia di agire e sviluppare abitudini diverse, che portino a quel cambiamento concreto di cui tanto si parla e che aiuterebbe il Pianeta a trovare un equilibrio sostenibile, sia per l’essere umano che per tutte le altre specie che popolano questo splendido, enorme sistema di cui facciamo tutti parte. 

Non vogliamo più essere identificati come consumatori, ma come partecipanti. Esprimiamo la nostra politica (anche) con le nostre scelte d’acquisto, perché, come si dice in inglese, “votiamo (anche) con i nostri soldi”. Adottando questo stile di vita, scioperiamo tutti i giorni per protestare contro il cambiamento climatico e l’inquinamento ambientale, e lo facciamo attraverso le nostre scelte quotidiane, partendo da un presupposto molto semplice: il primo grande atto di ecopartecipazione è non produrre il rifiuto alla base.

Vivere Zero Waste

Dopo mesi di ricerca, dialogo e quotidianità applicata, Inspire è quindi felice di presentarvi una guida aperta per eliminare i rifiuti usa-e-getta dalla propria vita – e non parliamo solo di plastica, ma di tutti i prodotti usa-e-getta che popolano le nostre giornate senza che nemmeno ce ne rendiamo conto.

Come già accennato, si tratta di un progetto libero e collaborativo: avete qualcosa da aggiungere? Scriveteci! Saremo felici di aggiornare questa guida con le vostre idee, così da creare ciò che desideriamo: una versione quanto più ricca, informata e attuale possibile.

Una premessa necessaria

Prima di mettere in atto qualsiasi tipo di soluzione, metodo, o alternativa, per quanto validi, ci teniamo a specificare che per noi non c’è vita Zero Rifiuti senza un cambiamento radicale di sé stessi e della mentalità con cui si affronta ogni singolo giorno. 

Vivere Zero Waste, infatti, significa rivoluzionare il proprio stile di vita: significa uscire dall’ottica consumista di acquisto sfrenato, possesso massivo e spreco indiscriminato, radicatissima in ognuno di noi, che causa deforestazione, scomparsa della biodiversità, inquinamento e, ovviamente, la crisi climatica. 

Non temete: siamo tutti sulla stessa barca! Non ci sono eroi e cattivi, solo tanti intraprendenti rematori.

Come fare a vivere zero rifiuti

Eliminare i rifiuti dalla propria vita non vuol dire quindi sostituire il prodotto usa-e-getta di turno con la sua alternativa biodegradabile o compostabile disponibile in commercio, ma trovare il modo di farne a meno o rimpiazzarlo con qualcosa che non finisca nel cestino, se non dopo anni di utilizzo, e che magari possa essere riciclato al termine della sua lunga vita.

Il riciclo non è una soluzione

Altra riflessione fondamentale è che il riciclo, per come funzionano le produzioni al momento attuale, non è una soluzione, ma solo una scusante particolarmente comoda che ci consente di non cambiare stile di vita senza avere pesi sulla coscienza. 

Come ha scritto giustamente Annie Leonard: “Se entraste in casa vostra e la trovaste allagata, con il rubinetto della cucina che scorre incessantemente, la vostra prima azione sarebbe quella di prendere lo straccio e cominciare ad asciugare, oppure di chiudere il rubinetto?”

vivere zero waste guida

Riciclare senza prima ‘chiudere il rubinetto’ del consumo è esattamente come asciugare mentre l’acqua continua a scorrere, inondando ogni cosa. Il primo step è, quindi, quello di fermare la produzione di nuovo materiale e oggetti usa-e-getta. Solo allora il riciclo diventerà una soluzione reale. 

Come possiamo noi bloccare la produzione? Chiedendo alle aziende di smettere di produrre quel determinato rifiuto, certo, quindi ricorrendo a petizioni, boicottaggi, azioni politiche e brand audit (un’analisi dello stato di salute del marchio aziendale che coinvolga il cosiddetto consumatore). Ma prima di tutto non acquistando più quel prodotto, ossia quel futuro rifiuto. Le aziende producono solo ciò che è richiesto dall’acquirente. No acquisto, no produzione.Dunque, più in generale, bisogna abbassare i consumi. Ridurre è la parola chiave nello stile di vita Zero Waste: ridurre la spesa, lo spreco, la quantità, l’immediatezza…in definitiva, le pretese. Uscire dal fast-life ed entrare nella prospettiva secondo cui la maggior parte degli acquisti che facciamo ogni giorno sono di prodotti che NON ci servono, e che in compenso ci avvelenano tutti tantissimo.

Le tre domande che ci aiutano a cambiare

Ci sono tre domande che possono aiutarci a cambiare e adottare uno stile di vita improntato sulla filosofia Zero Rifiuti. Quando stiamo per comprare qualcosa, durante la spesa al supermercato come nello shopping, proviamo a chiederci: 

  1. Mi serve davvero?
  2. Se sì, esiste un’alternativa con meno packaging/prodotti di scarto?
  3. Posso migliorare la qualità di questo acquisto sostituendolo con un prodotto più ecosostenibile e duraturo, che non diventi inutilizzabile nel giro di poco tempo, costringendomi quindi a comprarlo nuovamente?

Perché il punto non è smettere di acquistare in assoluto, è una pretesa impossibile. Il punto è acquistare in maniera consapevole, cioè considerando sempre che impatto ha l’oggetto che compriamo e l’azione che facciamo, quindi riducendo quanto più possibile i consumi e tenendo a mente che c’è sempre un’alternativa più ecosostenibile.

Sappiamo che nell’era del consumismo – dei tempi veloci, del lavoro che non lascia spazio alla vita, degli sfizi, dei gadget e chi più ne ha più ne metta – quello che stiamo per dire sembra assurdo, ma: meno si consuma e si possiede, più si è felici. Non solo perché, consumando e possedendo meno, ci liberiamo di quel senso di insoddisfazione perenne che tutti conosciamo e che il consumismo è stato pensato per creare, ma anche perché, concretamente, scopriamo di poter vivere bene lo stesso spendendo meno. E, in ottica futura, avere bisogno di meno denaro significa, di conseguenza, dover lavorare meno. Rinunciare ad esaudire ogni desiderio che ci passa per la testa, imparare a distinguere i capricci momentanei dai veri bisogni, diminuire il nostro attaccamento agli oggetti materiali sono tutte azioni che ci possono aiutare a sentirci più padroni di noi stessi e soddisfatti nella nostra esistenza.

Con questi discorsi ci stiamo riferendo ad un sistema socio-economico che ad oggi non esiste ancora, ma la cui nascita dipende direttamente da noi, dalla nostra volontà di crearlo. Proprio come impegniamo ogni giorno tutte le nostre energie, il nostro tempo e i nostri soldi a far funzionare il sistema socio-economico in cui viviamo, allo stesso modo possiamo agire perché se ne instauri uno nuovo, specialmente partendo dai nostri gesti più piccoli e quotidiani.

Se non si entra in quest’ordine d’idee, non ci saranno consigli o alternative Zero Rifiuti che tengano, perché il primo grande modo per non produrre rifiuti è proprio non produrre rifiuti!

Facciamo squadra

Altra piccola osservazione necessaria: proprio perché siamo consapevoli del fatto che lo stile di vita consumista che non lascia spazio alla vita, ci rendiamo conto che fare squadra è uno dei modi migliori e più efficaci per abbattere consumi, rifiuti e costi.

ibile zero rifiuti

Fare squadra può significare più cose. Come comprare un oggetto insieme a qualcun altro. Designare un addetto alla spesa – magari a rotazione – che si occupi di fare acquisti alla spina o ai mercatini per un intero gruppo di persone. Creare (o entrare a far parte di) un GAS con cui acquistare prodotti locali per tutti. Farsi aiutare da qualcuno a produrre qualcosa in casa, dalla verdura al dentifricio. Insomma, significa aiutarsi a vicenda, scambiarsi oggetti, idee e tempo, per acquisire uno stile di vita più Zero Rifiuti.

Cosa c’è fuori dal famoso schema?

Quando parliamo di rifiuti, la maggior parte di noi si sofferma sui famosi “umido-indifferenziato-carta-plastica-vetro-e-metallo”, vale a dire quegli scarti, principalmente appartenenti al packaging di prodotti alimentari e per la cura del corpo, che ogni giorno finiscono nei cestini delle nostre case. Ed è assolutamente giusto, sono quelli che costituiscono lo schema che già conosciamo, oltre che i più frequenti e facili da eliminare dalle nostre vite.

Ma cosa c’è “fuori” dal famoso schema? Cosa accade quando ci discostiamo da quei paradigmi in cui il sistema consumista vuole fortemente farci stare? Pensare fuori dallo schema dei rifiuti vuol dire, come abbiamo detto, tenere a mente che, anche se ci viene presentato come duraturo, ogni oggetto che acquistiamo è un potenziale rifiuto e tale presto diventerà: l’indumento che va di moda solo quest’anno e per questa stagione, l’arredamento della nostra casa, i giocattoli dei nostri bambini – potenzialmente, rientra in questa dinamica qualsiasi prodotto ci venga in mente, soprattutto se non comprato consapevolmente e per un uso davvero duraturo.E poi ci sono i rifiuti “invisibili”: gli scarichi dei veicoli che guidiamo, le risorse utilizzate per creare e trasportare i prodotti che consumiamo nelle nostra vita, i sottoprodotti di qualsiasi cosa venga fabbricata sul Pianeta Terra, tutte le copie di un prodotto che restano invendute, i server dei siti internet e delle app che utilizziamo ogni singolo istante della nostra giornata, la famosa acqua che scorre mentre ci laviamo i denti – insomma, “cose” che magari nel cestino non ci finiscono, ma che comunque alterano drasticamente gli ecosistemi e contribuiscono al nostro impatto ambientale negativo e distruttivo.

Per questo adottare uno stile di vita Zero Rifiuti significa cambiare il modo in cui si ragiona e si guarda al mondo. Significa mettere in dubbio le proprie azioni, e non sottovalutare l’importanza di nessun gesto, per quanto apparentemente insignificante, perché può sembrarci che sia “una goccia nell’oceano”, ma ricordiamoci sempre che “il mare è fatto di gocce” – una metafora non casuale, dato che il nostro Pianeta è fatto, proprio come noi, per la maggior parte d’acqua.

Come iniziare?

Quando parliamo di come vivere senza produrre rifiuti, lo abbiamo detto, siamo tutti sulla stessa barca…ma ciò che non abbiamo ancora detto è che tutti tendiamo a dimenticarlo.

La conseguenza di questa dimenticanza è che finiamo per sentirci sopraffatti dall’obiettivo: “Da domani inizierò a vivere senza più produrre rifiuti. Nemmeno un granello! E come faccio? Impossibile!” Lo scoraggiamento s’insinua, s’impossessa di tutto e darsi per vinti è un attimo. That’s all folks!

Ma questo approccio è tanto “consumista” quanto quello avuto fino ad ora: è il famoso meccanismo del tutto-e-subito, o del tutto-o-niente. L’abitudine alla fruizione veloce e spasmodica e la soluzione comoda e pronta per l’uso ci inducono a non razionalizzare, e a mollare subito l’impresa con un nulla di fatto. E invece no. Don’t worry, be happy!

La perfezione non esiste, specialmente in un mondo dove vivere a impatto zero è virtualmente impossibile. Nessuno si aspetta che vi trasformiate nei Campioni del Mondo di Zero Waste e, se anche un domani lo sarete, nessuno si aspetta che lo diventiate nottetempo. Per muovere i primi passi si inizia sempre da quel che si può fare. Un gesto, due, tre se proprio abbiamo voglia di metterci in gioco in maniera massiccia.

Proprio perché vivere Zero Rifiuti significa cambiare il proprio stile di vita, nessuno cambia dall’oggi al domani, specialmente quando si tratta di abitudini quotidiane. 

Individuate ciò che per voi è più semplice, che sia usare la borraccia per l’acqua, o realizzare prodotti fatti in casa, o qualsiasi altra azione che vi permetta di eliminare una volta per tutte almeno un rifiuto dalla vostra vita – e dedicatevi a quello.

Come sempre, da cosa nascerà cosa. I vostri ritmi si distenderanno, e troverete spontaneamente il piacere di ridurre i vostri acquisti, consumi e bisogni. Riscoprire il piacere di semplificare – solo a pronunciare questa parola così magica, già sentiamo i vostri sospiri di sollievo. 

Dunque buon viaggio, buoni primi passi, o buon proseguimento per chi ha già iniziato. E non dimenticatevi, noi siamo qui, ad aiutarvi e a fare un pezzettino di strada insieme a voi ogni volta che ne avrete la necessità. La barca è la stessa per tutti, ricordate?



Tutte le soluzioni ZERO RIFIUTI - e chi più ne ha più ne metta!

Come consultare questa guida

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Durante la consultazione di questa guida potreste trovare delle ripetizioni nelle voci menzionate. Questo perché è pensata sia per essere letta tutta per esteso, una sezione dopo l’altra, sia per essere consultata a salti, cominciando magari dalla sezione che più ci interessa e sulla quale pensiamo di poterci adoperare di più.

Consigli generali

Occhio a come ci muoviamo!

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Come ripeteremo più volte, le emissioni sono dei rifiuti a tutti gli effetti e, soprattutto nel caso degli aerei, sono tra i principali agenti inquinanti che esistono sulla Terra. Stando a numerosi studi scientifici, insieme all’adozione di una dieta vegana, smettere di viaggiare in aereo sarebbe una delle principali soluzioni per abbattere le emissioni di CO2 e poter provare a rimediare ai disastri ambientali che abbiamo causato finora. 
Dunque, che si tratti di un intero viaggio o di un semplice spostamento quotidiano, badare al mezzo che si usa è fondamentale. Adottare quello meno impattante a livello ambientale è la soluzione Zero Waste.

Se proprio non possiamo fare a meno di viaggiare in aereo, è possibile “compensare” la propria emissione di CO2 grazie alla no profit Atmosfair.

Acquisti online

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Smettere di acquistare prodotti online, soprattutto su grandi e-commerce come ad esempio Amazon, è tra le azioni più Zero Rifiuti e socialmente utili che possiamo compiere. Ci consente infatti di eliminare in un colpo solo il packaging per la spedizione e l’inquinamento del trasporto, oltre a contrastare la produzione di massa e lo sfruttamento del lavoro.

Meditiamo

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La meditazione, in tutte le sue forme e declinazioni – come ad esempio la tecnica mindfulness – non è un’attività Zero Rifiuti nel senso più letterale del termine, ma rappresenta un enorme strumento alla portata di tutti – e ripetiamo, tutti – per innescare e mettere in atto quel cambiamento interiore e di stile di vita di cui abbiamo parlato nell’introduzione di questa guida. Abbiamo quindi deciso di dedicare un’intera sezione di questa guida alle pratiche meditative, perché siamo fortemente convinti che, anche se non rappresentano una soluzione pratica, sono sicuramente un ottimo punto di partenza, e un’azione benefica per la nostra vita al pari della scelta di eliminare definitivamente un rifiuto usa-e-getta.

Non buttiamo via quello che già abbiamo solo perché è di plastica

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Negli ultimi anni stiamo assistendo a una vera e propria guerra alla plastica. Per quanto siamo perfettamente d’accordo che si tratti di un materiale estremamente nocivo, se già possediamo oggetti non usa-e-getta fatti di plastica, non sbarazziamocene solo per rimpiazzarli con oggetti fatti di altri materiali, perché staremmo producendo un rifiuto inutile. Piuttosto, cerchiamo di valorizzare al massimo ciò che già abbiamo, e applichiamo questa consapevolezza per quanto riguarda i nostri acquisti futuri. Ricordiamoci infatti che spesso il problema non è il materiale con cui un prodotto viene fabbricato, ma la sua natura usa-e-getta e, dunque, la sua produzione di massa. Anche un prodotto biodegradabile o compostabile, infatti, se usa-e-getta ha un impatto ambientale enormemente negativo.

Non mandiamo tutto in...fumo!

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I filtri di sigaretta sono tra i rifiuti più comuni, inquinanti e pericolosi che esistono al giorno d’oggi. Questo per vari motivi: quando vengono gettate in terra, finiscono inesorabilmente nelle fogne e, di conseguenza, in mare. Ma anche quando vengono gettati negli appositi contenitori, sono comunque dei perfetti esemplari di rifiuti usa-e-getta. 

La sigaretta elettronica non è una reale soluzione, dato l’uso di boccette di plastica per liquido. Allargando ancora di più il campo, si tratta comunque dell’ennesimo futuro rifiuto tecnologico. 

Purtroppo o per fortuna, l’unica soluzione realmente valida è smettere di fumare. Sappiamo che può risultare un argomento delicato per molti, e non vogliamo scadere nella classica paternale: “Non farà bene solo all’ambiente, ma anche a te!”, ma tra le varie soluzioni, smettere di fumare è sicuramente uno degli atti più radicalmente Zero Rifiuti che ci siano.

Riparare invece che ricomprare

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Decidere di riparare un oggetto rotto o malfunzionante invece che ricomprarlo è, al giorno d’oggi, una scelta quasi rivoluzionaria. È vero, in alcuni casi, soprattutto per quanto riguarda dispositivi elettronici ed elettrodomestici, è più costoso riparare che riacquistare. Ma se prendiamo in considerazione la spesa sul lungo periodo, riparare risulterà la scelta più economica.

A tal proposito, il ragionamento può essere fatto anche a priori: scegliere di acquistare un oggetto solo se facilmente riparabile è un ottimo esempio di scelta Zero Rifiuti. Questo anche perché, nella stragrande maggioranza dei casi, un prodotto non riparabile è spesso sinonimo di scarsa qualità, oppure di obsolescenza programmata, entrambi a loro volta sinonimo di altissimo impatto ambientale, produzione scadente e approccio consumistico.

Optare per l'usato

Se ci troviamo nelle condizioni di dover comprare qualcosa, allora optare per l’usato è la scelta Zero Waste che fa al caso nostro. Dai negozi, ai mercatini, ma anche sfruttando il passaparola di amici, conoscenti e parenti, consideriamo prima di tutto questa opportunità, che oltre ad essere sostenibile è anche, spesso, molto più economica.

Spesa ed altri acquisti

Acquisti locali

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La maggior parte di rifiuti usa-e-getta vengono prodotti dai grandi marchi, le cosiddette multinazionali che distribuiscono prodotti in serie su scala globale, non solo creando una quantità di packaging usa-e-getta disarmante, ma inficiando gravemente le possibilità di lavoro e di guadagno di produttori locali e aziende a conduzione familiare – di qualsiasi tipo di bene si tratti. 

Acquistare prodotti locali riduce le produzioni di massa, le emissioni dovute al trasporto di un prodotto, supporta l’economia locale, spesso permette di entrare in diretto contatto con il produttore e consente un tipo di acquisto sfuso. Spesso, nel caso di cibo, può significare acquistare alimenti di stagione, coltivati in modo più sostenibile.

Scegliere il proprio mercato locale, il piccolo negozio di quartiere, la produzione artigianale, o quella del proprio vicino di casa – se non addirittura la nostra – aiuta a ridurre consumi, costi e rifiuti, a vivere in modo più sano, e a rafforzare la comunità del luogo, facendo squadra.

Creare un GAS

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I Gruppi di Acquisto Solidali sono un ottimo modo per ridurre rifiuti, costi di trasporto, costi di tempo e costi monetari. I GAS sono gruppi di persone che decidono di acquistare tutte insieme un prodotto in grandi quantità, invece che singolarmente e al dettaglio. Spesso gli acquisti vengono fatti presso produttori locali, che applicano una produzione più sana non solo a livello di qualità del prodotto, ma anche di qualità del lavoro. 

Laddove non esistesse già un GAS nei vostri paraggi, potete pensare di crearlo voi. E laddove non vi andasse di collaborare con persone che non conoscete, potete pensare di crearlo con i vostri amici. Un gruppo di 3 o 4 amici, colleghi di lavoro, o persone con cui condividete hobbies e attività sportive è già di per sé un GAS, specialmente se si dispone con regolarità di un luogo d’incontro dove poter ricevere e spartire i prodotti acquistati.

Prodotti sfusi e alla spina

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Sono sempre di più i negozi e i supermercati che offrono la possibilità di acquistare prodotti alla spina. I più comuni sono sicuramente i detersivi per la casa, ma sono in costante aumento i punti vendita dove poter acquistare sfusi (link alla mappa) anche altri prodotti, inclusi generi alimentari.

Questo ci permetterà di pagare solo il prodotto e non il suo packaging, scelta che ci permette di abbattere i costi oltre che l’impatto ambientale. 
Piccolo consiglio pratico: una volta che abbiamo individuato i punti vendita di nostro interesse (ecco la nostra mappa…segnalateci quelli che ancora non conosciamo!), invece di acquistare contenitori nuovi ad hoc, riutilizziamo quelli degli ultimi prodotti confezionati che abbiamo acquistato. I fusti dei detersivi per la lavatrice, la lavastoviglie e per la casa in generale; i barattoli di vetro; il cartone delle uova; qualche busta di carta per pane, pasta e cereali; tupperware e vaschette richiudibili. E largo alla fantasia!

Borse a retina per frutta e verdura

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Per quanto possa essere, nel migliore dei casi, compostabile, il sacchetto per la frutta e la verdura fornitoci dal supermercato può essere facilmente sostituito con retine di tessuto riutilizzabili

Lo stesso vale per il pane: in questo caso però, invece che un sacchetto a retina, consigliamo una federa o comunque un sacchetto di stoffa non bucato, così da consentire una migliore conservazione dell’alimento al suo interno. Laddove non disponiamo di un sacchetto del genere, possiamo autoprodurre il nostro sacchetto con vecchie lenzuola, abiti o camicie. 

Borse riutilizzabili per la spesa ed altri acquisti

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Sostituire le buste della spesa, o di qualsiasi altro acquisto (per quanto compostabili, comunque si tratta di buste usa e getta!), con una borsa riutilizzabile è una soluzione Zero Rifiuti ormai assodata e sicuramente di grandissimo impatto. Si tratta inoltre di buste che, grazie alla loro resistenza, possono essere impiegate per trasportare una moltitudine di cose, e non solo spesa e shopping.

In generale, laddove possibile, a fronte di un qualsiasi acquisto, invitiamo tutti a rifiutare la busta usa-e-getta a fronte di un acquisto, indipendentemente dal materiale con cui è fatta: possiamo portare sempre con noi una busta riutilizzabile pieghevole, oppure sfruttare la borsa o lo zaino che ci portiamo dietro, o ancora, semplicemente, trasportare il prodotto a mano, senza necessariamente imbustarlo.

Da dove iniziare?

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  1. Acquisti locali
  2. Borse riutilizzabili per la spesa e altri acquisti
  3. Prodotti sfusi e alla spina

Cibo

Sprechi alimentari

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Il cibo, se sprecato, diventa un rifiuto a tutti gli effetti. Gli sprechi alimentari si eliminano a monte, ovvero quando si fa la spesa: fare acquisti oculati e moderati, badando alla data di scadenza, e non comprando più di quanto non serva, così da evitare di ritrovarsi, in un secondo momento, a buttare via il cibo avanzato o scaduto. 

A questo scopo può essere utile, prima di uscire a fare la spesa, stilare una lista di compere dettagliata, magari programmando tutti i pasti della settimana o almeno dei giorni a venire. In questo modo, eviteremo di farci prendere la mano da gola e offerte, e acquisteremo solo ciò che ci serve veramente e che consumeremo a breve.

Bisogna inoltre essere consapevoli che questa tendenza ad acquistare più del dovuto è alimentata non solo dalla nostra scarsa organizzazione, ma anche dalla sovrapproduzione di cibo. Siamo infatti talmente abituati a disporre di cibo come, dove e quando ci pare, che non ne percepiamo più l’incredibile valore e quanto disumano sia sprecarlo. Ecco perché, come vedremo anche a breve, scegliere piccoli produttori e mercati contadini può aiutare a fare acquisti più oculati: la disponibilità limitata, sia a livello di quantità che di stagionalità, ci aiuterà a riflettere su cosa ci serve veramente o meno, e procedere con gli acquisti di conseguenza.

Un ultimo consiglio: optare sempre per le materie prime, invece che per i cibi già pronti.

Pensiamo a quello che mangiamo

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Altro criterio Zero Waste, che riguarda sempre gli sprechi alimentari, ma da un altro punto di vista, e che può guidarci nel prendere le giuste scelte, è la consapevolezza di cosa si mangia: che ingredienti contiene? Come sono stati prodotti? Da dove vengono? Di che marca sono?
Decidere di acquistare prodotti che sono fatti con ingredienti locali e prodotti in maniera sostenibile, che non appartengono a grandi marchi (come ad esempio Nestlé, Coca Cola, Kellog’s, o Unilever), non confezionati e a filiera corta sono tutte soluzioni Zero Waste, perché azzerano rifiuti di tanti tipi: sprechi alimentari, produzione di massa, sfruttamento delle risorse, packaging monouso e trasporti di lunga tratta.

Mangiare locale e stagionale

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Potrà suonare ripetitivo, ma un altro criterio guida che, seppur molto simile al precedente, ci teniamo ad evidenziare perché può dare inizio a una catena di azioni positive, è il seguente: scegliere di mangiare utilizzando solo ingredienti locali e stagionali. È uno dei modi migliori per abbattere sprechi e rifiuti, combattere le produzioni intensive, ma anche nutrirsi in maniera salutare e corretta.

Le reti da pesca e gli allevamenti intensivi

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Per quanto sia stato scientificamente provato che adottare una dieta vegetariana (oppure abbattere drasticamente il consumo di proteine animali) abbia un forte impatto positivo sull’ambiente – ma anche sulla nostra salute – qualora non volessimo rinunciare a carne e pesce, possiamo comunque restare in linea con lo stile di vita Zero Rifiuti prendendo in considerazione il modo in cui questi vengono allevati o pescati.

L’azione principale è sicuramente quella di informarsi sempre sulla provenienza e sul sistema di produzione degli alimenti proteici che acquistiamo; di conseguenza, la seconda azione Zero Rifiuti è non acquistare prodotti che vengono da allevamenti intensivi (per quanto etichettati come biologici) – dunque non comprare carne e pesce al supermercato, e, per quanto riguarda il pesce, non acquistare quello pescato in maniera intensiva. Le reti da pesca sono infatti tra i rifiuti più letali e inquinanti che esistano: abbandonate in mare una volta dismesse, diventano trappole mortali per altri animali, distruggono fondali e barriere coralline e rilasciano continuamente sostanze tossiche e inquinanti. 

A risentire positivamente delle nostre scelte sarà non solo la natura, ma anche la nostra salute: questi criteri di selezione ci aiutano infatti a ridurre il consumo di carne, che, se eccessivo in termini di quantità e frequenza, può di per sé nuocere al nostro organismo; ma anche a evitare di assumere la grande mole di antibiotici normalmente contenuta nella carne da allevamento intensivo (sia di terra che di acqua), perché somministrata agli animali sia in forma di farmaci che attraverso i mangimi. 

Una nota per vegetariani e vegani

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Adottare una dieta vegetariana o vegana consumando grandi quantità di soia, o di prodotti non locali, come ad esempio gli avocado o le banane, ha comunque un impatto devastante sull’ambiente. Prodotti confezionati, come ad esempio i surrogati di carne vegetale, oppure grandi quantità di formaggio e uova, non aiutano comunque né l’ambiente, né gli animali degli allevamenti intensivi da cui provengono, né il vostro organismo. 

Per applicare la scelta di una dieta vegetariana o vegana in accordo con i principi su cui si fondano queste pratiche alimentari, bisogna invece rivolgersi a produttori locali, piccoli e stagionali, che permettano di nutrirsi in maniera equilibrata, ma anche sostenibile. 

Tutte le soluzioni per liberarsi delle bottiglie di plastica (o bioplastica) per l'acqua

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  • Brocca con filtro: se l’acqua non è gravemente inquinata, ma presenta solo un po’ di detriti (come calcare o piccole tracce di cloro), allora una brocca munita di filtro da cambiare periodicamente è la soluzione perfetta. Piccolo accorgimento: molto spesso i filtri possono depurare più a lungo o molti più litri di quanto non venga riportato sulla confezione. Prima di cambiarlo, assicuriamoci che il filtro sia davvero diventato inutilizzabile: si può capire dal sapore dell’acqua, o dalla formazione di una patina di calcare sui pentolini.
  • Carbone attivo: anche in questo caso, se la nostra acqua potabile non è gravemente inquinata, il carbone attivo è di grandissimo aiuto, oltre che la miglior soluzione Zero Rifiuti. Si tratta di pezzi e bastoncini di carbone attivo da lasciare nell’acqua per purificarla. Solitamente durano diversi mesi, al termine dei quali possono essere prima utilizzati come deodorante per scarpe e armadi, e infine come concime per le piante, così da non generare nessun tipo di rifiuto.
    Può capitare che creino un deposito di polverina nera dentro l’acqua, che comunque se ingerita non crea alcun problema e non ha nessuna controindicazione. È inodore e insapore.
  • Sistema di depurazione applicato al lavandino: anche questa è un’ottima soluzione Zero Waste e, a seconda del sistema di depurazione che si sceglie di installare, può funzionare anche in caso di acqua particolarmente inquinata. Alcuni depuratori sono persino classificati come presidi medici e possono essere detratti dalle tasse. Il limite di questa soluzione è sicuramente il maggior investimento economico di partenza: nel lungo periodo, però, la spesa complessiva richiesta si rivela limitata e quindi più conveniente.
  • Fonti: Se abbiamo nelle vicinanze una fonte di acqua migliore di quella di casa, oppure un dispensatore di acqua già depurata, possiamo optare per quella. Qui si aprono due possibilità: un set di boccioni in vetro da 10 litri con cui stoccare l’acqua per lungo tempo qualora la fonte o l’erogatore in questione non fosse particolarmente veloce da raggiungere, oppure un set di bottiglie di vetro con cui rifornirsi ogni 3 o 4 giorni. 
  • Dispositivo per rendere l’acqua frizzante: se l’unico motivo per cui facciamo ancora uso di bottiglie di plastica è perché amiamo la nostra acqua frizzante, nel caso in cui non disponiamo vicino casa di un erogatore d’acqua frizzante, esistono diversi dispositivi da cucina per farcela da soli. Costano più di una cassa d’acqua confezionata, è vero, ma, per lo stesso principio del sistema di depurazione, già dopo poche settimane risultano essere decisamente più economici.

Moka, cialde riutilizzabili e filtri in cotone

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Agli italiani fra noi potrà sembrare strano trovare la moka elencata come una soluzione, ma visto il boom di macchinette del caffè a cialde avvenuto negli ultimi anni, eccoci qua!

La moka, icona del made in Italy, e dunque icona del caffè più famoso del mondo, è la soluzione più Zero Waste che ci sia: non produce rifiuti ed è utilizzabile all’infinito. Ma se proprio non possiamo fare a meno della nostra macchinetta a cialde, allora la soluzione Zero Rifiuti è quella delle cialde riutilizzabili in acciaio, da riempire ogni volta con il caffè in polvere, così da non aggiungere chili di rifiuti ai nostri cestini. Perché non solo si genera il rifiuto della cialda, ma anche il suo involucro di plastica, in cui ogni cialda viene singolarmente confezionata. Dunque, anche nel caso di una cialda usa-e-getta 100% compostabile, l’energia e le risorse necessarie per produrla, imballarla, commerciarla e smaltirla sono comunque nettamente più onerose di quanto dovrebbe “costare” un caffè.


Se invece parliamo di caffè americano, allora la soluzione Zero Rifiuti è il filtro di cotone riutilizzabile.

Té sfuso e filtro di metallo

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Anche qui, non lo diciamo solo per il bene del pianeta, ma anche per il nostro: la maggior parte delle bustine di tè non solo costituiscono un rifiuto, ma, al contatto con acqua ad alta temperatura, rilasciano nelle nostre tazze una miriade di microplastiche che, in questo caso, finiranno tutte direttamente nel nostro organismo. 

La migliore soluzione Zero Waste sono gli infusi sfusi (scusate il gioco di parole), che grazie a retine e filtri d’acciaio permettono di raggiungere lo stesso obiettivo azzerando completamente la produzione di rifiuti.

C’è infatti da tenere a mente che, come sopra, anche in questo caso le bustine usa-e-getta 100% compostabili richiedono comunque uno spreco di energia e risorse nettamente superiore al reale costo e impatto di una tazza di tè.

Preparare i propri snack e i propri panini

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Uno dei momenti di più alta produzione di rifiuti è quando mangiamo fuori casa. Snack, panini e tranci di pizza sono sempre accompagnati da involucri usa-e-getta, spesso fatti di materiali altamente inquinanti; ma il discorso in realtà vale anche per gli snack che si consumano dentro casa.

Fare in casa i propri snack, come ad esempio barrette di frutta secca o biscotti, oppure usare contenitori riutilizzabili e bee wraps, sono ottimi modi per ridurre la produzione di rifiuti.

A tal proposito, ricordiamoci che snack come i pop corn possono essere cotti sul momento, invece che acquistati in innumerevoli sacchetti di plastica, e molti altri prodotti come la frutta secca o quella candita possono essere comodamente acquistati sfusi.


Un’ultima, ma non meno importante, riflessione: in certi casi l’unica vera soluzione Zero Rifiuti è non acquistare affatto un determinato prodotto, in virtù del fatto che non ci sta bene il modo in cui è stato confezionato – scelta che poi si ripercuote positivamente anche sulla nostra salute, considerando che la maggior parte dei prodotti confezionati sono ricchi di conservanti e altri ingredienti notoriamente non salutari. Quindi proviamo a cambiare atteggiamento a monte, e domandiamoci se abbiamo davvero bisogno di consumare tutta questa quantità e varietà di snack e dolciumi, oppure se possiamo limitare, o eliminare la loro presenza nelle nostre credenze.

Olio esausto

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L’olio esausto può diventare un rifiuto letale, se non viene smaltito nel giusto modo. E non parliamo solo dell’olio della frittura, ma anche di quello dei sottoli. Se gettato nelle tubature del lavandino o nel water di casa, finirà nelle falde acquifere, inquinandole irrimediabilmente.

La soluzione è semplice: conservarlo in barattoli e bottiglie di vetro, oppure in taniche di alluminio, e andarlo a smaltire periodicamente presso l’isola ecologica a noi più vicina.

I succhi di frutta

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I succhi di frutta sono al momento quasi introvabili alla spina, e rappresentano un alimento confezionato in maniera particolarmente inquinante. Salvo alcuni brand piuttosto costosi che imbottigliano in vetro, la maggior parte dei marchi imbottigliano in plastica, oppure in tetrapak (che è anche più dannoso della plastica, perché non è nemmeno riciclabile). 

Quindi, invitiamo a riconsiderare a monte l’acquisto di tale prodotto, a maggior ragione nel caso di bricchetti monodose, data l’enorme produzione di rifiuti che ne deriva. Ci sono sicuramente alternative in vetro, oppure possiamo ricorrere ad una borraccia nella quale versare il succo sfuso, o comunque proveniente da confezioni più grandi e meno inquinanti.

Detto ciò, resta da valutare se rinunciare in toto all’acquisto di tale alimento: la soluzione più Zero Waste è comunque il frutto intero, o al massimo la spremuta casalinga.

Distributori automatici

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Che si tratti del bicchierino da caffè con la stecchetta per girare lo zucchero (anche quando lo si prende amaro), della bottiglietta di plastica, oppure dell’involucro dello snack di turno, i distributori automatici sono il tripudio dell’usa-e-getta e qui la soluzione Zero Waste è una soltanto: non utilizzarli.

Qualora siamo i dirigenti di un luogo pubblico, sia un esercizio commerciale o un edificio di interesse culturale, possiamo decidere di trovare soluzioni alternative (tipo i vuoti a rendere o un piccolo bar), così da sensibilizzare anche i nostri visitatori in merito ai motivi delle nostre scelte. 

Se proprio non possiamo esimerci dall’usare i distributori automatici, allora possiamo incoraggiare i nostri visitatori a portare il loro bicchiere, la loro tazza e il loro cucchiaino, mettere a disposizione un posto dove lavarli e asciugarli dopo l’uso, ed eliminare dalla macchinetta del caffè bicchierini e bastoncini, lasciando solo l’erogazione della bevanda. In questo modo non solo applicheremo una soluzione Zero Rifiuti senza dover rinunciare alla macchinetta, ma potremo anche riuscire nell’intento di coinvolgere e responsabilizzare i nostri avventori.

Per quanto riguarda invece l’acqua, possiamo regalare borracce e, nel caso quella dei nostri lavandini non fosse potabile, posizionare distributori d’acqua in giro per lo stabile. 

Non lasciamoci intimorire da possibili reazioni negative o critiche: quando spieghiamo le nostre ragioni con i giusti toni e dati alla mano, le persone sono sempre ben disposte ad ascoltarci e venirci incontro. 

Da dove iniziare?

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  1. Eliminare le bottiglie di plastica
  2. Pianificazione dei pasti per una spesa migliore
  3. Mangiare locale e stagionale
  4. Adattare la propria dieta ad uno stile più Zero Rifiuti
  5. Olio esausto
  6. Moka per il caffè e cialde riutilizzabili

In cucina

Saponetta per piatti, detersivi alla spina e detersivi fai da te

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Le soluzioni Zero Rifiuti per sostituire saponi e detersivi per piatti, e per pulire la cucina in generale, sono ormai sempre più alla portata di tutti grazie ai prodotti alla spina.

Un’altra opzione è il sapone per piatti lavati a mano in formato saponetta. Ovviamente non parliamo di saponette vendute in packaging di plastica, ma di saponette come ad esempio il Dish Washing Block (no, non stiamo facendo pubblicità a nessuno, è solo un ottimo prodotto già sperimentato e che quindi ci sentiamo di consigliare), o simili. 

Ultimi, ma non meno importanti e sicuramente campioni di Zero Waste, sono i detersivi fatti in casa, con prodotti naturali ed economici: basterà trovare la ricetta che fa più al caso nostro.

Eliminare pellicola di plastica e alluminio

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Per sostituire pellicole di plastica e alluminio c’è una soluzione davvero semplice: basta coprire il contenitore con un piatto o un coperchio, oppure utilizzare un contenitore tipo tupperware. Ma se si trattasse di qualcosa che va necessariamente avvolto nella pellicola, allora ci sono i bee wraps, dei panni di cotone imbevuti nella cera d’api, che li rende impermeabili – dunque lavabili – e modellabili.

I bee wraps hanno una durata media di un anno, al termine della quale si possono facilmente “ricaricare” imbevendoli nuovamente nella cera edibile. In virtù di ciò – soluzione per i più intraprendenti – possono essere comodamente autoprodotti con vecchie lenzuola o stralci di cotone e cera alimentare.

Altro piccolo appunto: si cominciano a trovare anche panni imbevuti di cere vegetali che, accertandosi della loro provenienza e produzione, possono rivelarsi anche migliori di quelli imbevuti con la cera d’api.

Spugnette di spugna vegetale (luffa) e spugnette di silicone

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Sostituire le spugnette e le pezzette per pulire la cucina con un prodotto che possa essere usato a vita è purtroppo ancora impossibile. Ad ogni modo, possiamo optare per le loro equivalenti in luffa, 100% vegetali e altrettanto efficaci, che hanno vita molto più lunga, non disperdono microplastiche e in definitiva, per quanto comunque limitate nella loro durata, hanno il pregio di essere compostabili. In alternativa, esistono le spugnette di silicone, estremamente durature e che non rilasciano microplastiche nell’ambiente 

Tovaglioli di stoffa e stoviglie riutilizzabili

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Rendere una tavola Zero Rifiuti è facile: stoviglie riutilizzabili (dunque piatti di coccio, bicchieri di vetro e posate di metallo) e tovaglioli di stoffa.

Qui, ci teniamo ad aggiungere una piccola riflessione per i genitori che normalmente scelgono di utilizzare stoviglie e tovaglioli usa-e-getta: sappiamo bene che questa soluzione ci rende la vita più facile e ci consente di dedicare più tempo ai nostri figli, ma, se proviamo a proiettare la nostra scelta nel futuro, possiamo renderci conto che guadagnamo solo una manciata di minuti in cambio di un avvenire pieno di rifiuti – avvenire in cui saranno proprio i nostri figli a vivere. Siamo coscienti del fatto che prendersi cura di famiglie numerose, o anche semplicemente accogliere ospiti, possa essere molto faticoso, ma, in fin dei conti, nei confronti di chi ci sta a cuore non c’è gesto di cura più lungimirante che apparecchiare la propria tavola con componenti riutilizzabili.

Barattoli in vetro

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I barattoli di vetro sono i veri re del Zero Rifiuti, specialmente se trasparenti. Questo perché possono essere impiegati per una moltitudine di usi, dal contenitore all’elemento decorativo, perché non si usurano e possono essere riutilizzati o ridestinati ad altri scopi, e se si rompono, il loro vetro trasparente può essere riciclato al 100%. 


Inoltre, barattoli e vasetti di vetro, ancor meglio se trasparente, possono diventare delle graziosissime stoviglie – magari decorate con colori e disegni fatti da noi. I vasi più grandi possono essere impiegati come bicchieri – come già accade in moltissimi locali. Quelli più piccoli, invece, possono diventare tazzine da caffè oppure bicchierini per amari e grappe.

Mestoli di legno e accaio

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È vero, qui più che di Zero Rifiuti ne facciamo una questione di materiale, ma anche e soprattutto perché significa scegliere prodotti con una vita più lunga. Quando dobbiamo acquistare un mestolo per cucinare, è sicuramente più sostenibile optare per un mestolo di legno o di acciaio. 

Gli utensili da cucina in plastica e bio-plastica, infatti, non solo rilasciano frammenti quando entrano a contatto con cibi e pentole ad alte temperature, ma hanno una vita sicuramente più breve dei loro omologhi in legno e acciaio.

Fogli asciugatutto riutilizzabili

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La quantità di scottex che utilizziamo ogni settimana può essere drasticamente ridotta se sostituiamo il classico rotolone asciugatutto con uno fatto di strappi riutilizzabili più volte. Si tratta comunque di un foglio di carta che, a un certo punto, dovrà essere gettato via, ma se riusciamo a diminuirne la quantità che finisce nella spazzatura è comunque un gran successo. 

Addio carta da forno

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Altro “foglio da cucina” sostituibile con una versione riutilizzabile è la carta da forno, che trova la sua soluzione nel tappetino da forno, una specie di tovaglietta che resiste alle alte temperature e che funziona esattamente come la carta forno, poi lavabile e pronta al nuovo uso.

Da dove iniziare?

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  1. Detersivi alla spina e fai da te
  2. Tovaglioli di stoffa e stoviglie riutilizzabili
  3. Spugnette di luffa
  4. Eliminare la pellicola e la carta stagnola

Igiene personale e cura del corpo

Saponette al posto dei detergenti e dei saponi liquidi, dal corpo ai capelli

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Tutti i detergenti e i saponi liquidi che utilizziamo per lavare il nostro corpo, dalla pelle ai capelli passando per il viso, incluso il balsamo, possono essere sostituiti con saponette. Ormai sono tanti i brand che commercializzano questi detergenti per l’igiene personale in versione solida, che si dimostrano altrettanto efficaci e sono disponibili con principi attivi e fragranze differenti a seconda delle nostre necessità e preferenze – proprio come quelli a cui siamo stati abituati finora.

Per chi invece ha particolari allergie o problemi dermatologici, esistono non solo prodotti farmaceutici (anche per l’igiene intima) in forma solida, ma anche farmacie che producono preparati galenici su richiesta, come pure molte ricette che possono essere facilmente replicate in casa – così da poter controllare la tipologia e la qualità delle sostanze che applichiamo sulla nostra pelle.

Laddove proprio non si riuscisse a familiarizzare con i prodotti solidi per capelli, allora sempre meglio preferire la loro alternativa alla spina, così da poter comunque usufruire della liquidità del prodotto, ma senza continuare ad immettere nell’ambiente flaconi usa-e-getta.

A tal proposito, quando viaggiamo ricordiamoci di mettere in valigia i nostri detergenti solidi, invece di fare affidamento sulle boccette monodose date in dotazione dagli alberghi. Nel caso delle saponette, inoltre, non avremo limiti di quantità come nel caso dei prodotti liquidi: motivo in più per sceglierle e renderle le proprie alleate predilette per uno stile di vita Zero Rifiuti.

Mestruazioni Rifiuti Zero

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Sappiamo bene che, quanto a mestruazioni, ogni donna ha le proprie personali esigenze e preferenze; dunque ecco un po’ di opzioni per un ciclo Zero Rifiuti:

  • Coppetta mestruale – A volte bisogna provarne più di una per trovare “l’incastro perfetto”, e sicuramente abituarsi a infilarla e sfilarla richiede un minimo di pratica, ma la sua comodità può rivelarsi provvidenziale. Dura fino a 15 anni, risparmiando a chi la usa non solo enormi quantità di rifiuti, ma anche di soldi. Esistono in differenti forme, misure e materiali, a seconda delle necessità, per cui consigliamo di informarsi bene su tutte le opzioni, così da scegliere quella che fa proprio al caso nostro.
    A volte può capitare qualche piccola perdita, per cui consigliamo di abbinarla comunque ad un assorbente riutilizzabile oppure alle mutandine da ciclo.
  • Assorbenti e salvaslip lavabili – Per chi non volesse o potesse utilizzare la coppetta, oppure, come già detto, per chi avesse bisogno di proteggersi da eventuali perdite, gli assorbenti in stoffa lavabili sono la risposta migliore. Facili da portare con sé, riutilizzabili infinite volte, lavabili in lavatrice e perfettamente funzionanti, sono un’ottima opzione per un ciclo Zero Rifiuti. Se abbiamo difficoltà a fermarli alla biancheria intima, possiamo decidere di rendere alcune mutandine strettamente per il ciclo e cucire una striscia di velcro tra la mutanda e l’assorbente, così che non ci sia pericolo di movimento.
  • Mutande assorbenti – Il principio è lo stesso degli assorbenti e salvaslip lavabili, ma è un po’ come se l’assorbente fosse incorporato nella biancheria intima. Sono perfettamente efficaci, molto comode e ottime anche per prevenire eventuali perdite della coppetta.

Occhio allo scrub!

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Le microsfere che compongono la maggior parte – se non tutti – gli scrub che si possono acquistare nei supermercati e nelle profumerie (che già di per sé sono confezionati in flaconi monouso), o che comunque non sono 100% naturali e quindi realizzati con prodotti compostabili (gusci di frutta, sale, caffè, zucchero, etc), sono fatte di plastica e vanno a rilasciare nell’ambiente (e nella vostra pelle) una quantità incredibilmente alta di microplastiche – vale a dire microrifiuti, altamente tossici anche per il nostro organismo.


Dunque, scegliere scrub naturali, se non addirittura autoprodurli con alimenti dalle proprietà esfolianti, può essere non solo la miglior soluzione Zero Waste, ma anche estremamente economico e salutare. Infatti, poiché la pelle assorbe tutte le sostanze di cui la cospargiamo, il nostro principio guida in questo ambito è diventato: non usare sul nostro corpo prodotti che, virtualmente, non saremmo disposti anche ad ingerire. Non è un assioma scientifico che vale per tutti i casi, ma nella pratica funziona: perché ci fa riflettere sull’origine delle sostanze che usiamo, preferendo quelle meno aggressive e tossiche.

Spazzolino da denti e filo interdentale

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Lo spazzolino è un punto molto delicato per quanto riguarda il discorso Zero Rifiuti, perché la verità è che una soluzione Zero Rifiuti non esiste. In questo caso, il monouso, indipendentemente dal materiale, si impone irrimediabilmente sulle nostre abitudini. Perciò, sicuramente fare attenzione al materiale di cui è fatto può aiutare, oltre a cercare di cambiare lo spazzolino solo quando serve veramente, e prolungare la vita di quello che abbiamo sciacquando bene le setole dopo l’uso e immergendo la testina in un po’ di acqua e aceto (o qualsiasi altra sostanza pulente naturale). Imparare come spazzolare bene i denti, inoltre, non solo sarà provvidenziale per la nostra salute, ma ci aiuterà anche ad allungare la vita delle setole del nostre spazzolino. 

Dunque, in primis, evitare gli spazzolini di plastica

Quelli in bamboo sono un’ottima e sempre più comune opzione, ma anche in questo caso la produzione di massa di un oggetto monouso non è salutare, anche se si tratta di un materiale naturale. Inoltre, in molti casi gli spazzolini di legno vengono più facilmente attaccati dalle muffe, rendendo la loro vita più breve del dovuto, e quindi imponendo un ricambio (aka consumo) maggiore. Anche la bioplastica può essere una valida alternativa. 

Secondo noi la soluzione migliore in assoluto ad oggi sono gli spazzolini in bioplastica con testina intercambiabile. A questo punto, il corpo dello spazzolino potrà essere sfruttato vita natural durante, e l’unico rifiuto ad essere prodotto un paio di volte l’anno è la piccola testina, anch’essa fatta di bioplastica.

Visto che siamo in tema di pulizia dentale, vorremmo fare un appunto anche sul filo interdentale: ci sono in commercio alternative al filo in plastica, come ad esempio il filo interdentale in seta. Ad ogni modo, se sappiamo bene come lavarci i denti (e in questo il nostro igienista può darci profuse spiegazioni e indicazioni), possiamo applicare la migliore delle soluzioni Zero Waste per il filo interdentale: non usarlo!

E proprio a tal proposito cogliamo l’occasione per rinnovare il nostro invito: qualora abbiate consigli o novità in merito, non esitate a scriverci! Saremo felici di aggiornare la nostra guida di conseguenza.

Cotton fioc

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Un po’ come per le spugne e le cannucce, anche per i cotton fioc vale la stessa domanda: serve davvero utilizzarli? 

In realtà no, anzi! Il cotton fioc è un oggetto nocivo. Non aiuta a rimuovere davvero il cerume, ma addirittura, se usato male e troppo in profondità, può danneggiare il nostro orecchio. Inoltre, la sua natura usa-e-getta, unita ad un uso quotidiano, lo rende uno dei rifiuti più inquinanti al mondo. Lo stesso risultato, se non migliore, può essere ottenuto lavando le orecchie con l’acqua e asciugandole con un panno molto fino, oppure usando un pezzettino di carta igienica. 

Ma se proprio non se ne può fare a meno, allora progetti come The Last Swab (non stiamo facendo pubblicità e non siamo sponsorizzati da loro) possono essere una soluzione Zero Rifiuti: cotton fioc lavabili riutilizzabili per anni. C’è anche l’alternativa in legno, più simile ad una piccola spatolina che a un cotton fioc, ma con lo stesso impiego e con lo stesso intento di durare per anni. 

Dentifricio e deodorante fatti in casa

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Dentifricio e deodorante sono al momento praticamente introvabili nelle loro versioni sfuse. Esistono prodotti in packaging più sostenibili, ma comunque, salvo rari casi eccezionali, trovarli sfusi o in versione solida è davvero difficile.

Così, la soluzione Zero Waste si rivela essere l’autoproduzione. Per nostra esperienza, diversamente da quanto illustrano molte delle ricette reperibili online, sia il dentifricio che il deodorante possono essere autoprodotti facilmente usando pochi prodotti, semplici da trovare e con tempi di preparazione rapidi. Un esempio: bicarbonato, olio essenziale e olio tipo mandorla o calendula per fare un deodorante. Anche in questo caso, non è solo la migliore soluzione Rifiuti Zero, ma anche quella più salutare in assoluto.

Il bicarbonato può anche essere usato per lavare le ascelle nei giorni in cui gli ormoni si fanno sentire di più, in quanto ristabilisce il Ph della pelle.

Ultimo ma non meno importante, il cristallo di rocca, inodore, ma deodorante, è un’ottima opzione Zero Rifiuti, se acquistato sfuso.

Carta igienica

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In questo caso non esiste una soluzione Rifiuti Zero, ma ci teniamo a puntualizzare: poiché usiamo quantità incalcolabili di questo prodotto, scegliere il tipo di carta con cui è fatto può fare una differenza enorme

Eliminare la carta igienica profumata e colorata è un primo passo, poiché prevede processi di produzione molto più dispendiosi in termini di risorse utilizzate. Optare dunque per una carta igienica fatta con materiale di riciclo è sicuramente di grande aiuto, ma possiamo fare ancora di più: possiamo scegliere quei rotoli che, a posto del cilindro centrale in cartone, abbiano un altro rotolino di carta igienica, così da eliminare almeno quel rifiuto finale.

Rasoio di metallo

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Altro comunissimo prodotto usa-e-getta: il rasoio. Anche quando utilizzato per diverso tempo, è comunque, alla fin fine, un rifiuto a tutti gli effetti. Il rasoio di metallo, a cui va cambiata saltuariamente solo la lametta, è la soluzione Zero Rifiuti. Sicuramente si tratta di una spesa inizialmente più costosa, ma a lungo andare si dimostrerà la più economica di tutte.

Dischetti struccanti riutilizzabili

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La soluzione Zero Rifiuti ai dischetti struccanti monouso sono quelli lavabili. Volendo, possono anche essere autoprodotti con vecchi asciugamani e lembi di stoffa.

La spugna per il corpo

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La spugna per lavarsi è uno di quei prodotti che spinge a chiedersi: ma serve veramente? Non potremmo riuscire a lavarci altrettanto efficacemente senza utilizzarla? O magari esfoliare la nostra pelle sfruttando un asciugamano o un panno lavabile? Dunque, in questo caso, la soluzione migliore in assoluto è smettere di usare la spugna.

Qualora non potessimo farne a meno, allora sicuramente una valida alternativa alle classiche spugne in fibra sintetica (che rilasciano infinite microplastiche ogni volta che la utilizziamo, figuriamoci al momento dello smaltimento) è la luffa, fatta di materiale biodegradabile, altrettanto efficace, ma sicuramente meno impattante delle spugne di fibra sintetica.

Olio come struccante

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L’olio di mandorla e quello di cocco possono essere utilizzati come soluzioni Zero Rifiuti al posto del classico latte detergente in flacone di plastica usa-e-getta. A tal proposito, sempre meglio preferire prodotti autoctoni: prima di acquistare un olio, informiamoci sempre su come è stato prodotto e se esiste un’alternativa più locale e sostenibile. Infatti, ad esempio, l’impatto ambientale dovuto ad un uso smodato di olio di cocco in aree geografiche cui esso non appartiene può rivelarsi tanto disastroso quanto quello dovuto ai prodotti usa-e-getta.

Da dove iniziare?

https://inspire-ecoparticipation.com/guida-zero-rifiuti-inspire/#daDove4
  1. Saponette e saponi alla spina
  2. Deodoranti e dentifrici autoprodotti
  3. Cotton fioc
  4. Spazzolino da denti

P.S. Per le donne la N.1 è il Ciclo Zero Rifiuti

Gestione della casa

I famosi stratagemmi per diminuire i consumi in casa

https://inspire-ecoparticipation.com/guida-zero-rifiuti-inspire/#iFamosi

Le emissioni sono rifiuti, come anche l’eccessivo consumo casalingo di energia. Così, per quanto forse ormai ovvie per la maggior parte di noi, ci tenevamo a fare un velocissimo recap delle famose buone pratiche che possono aiutare a ridurre i consumi, quindi gli sprechi (aka rifiuti) e, ovviamente, anche i costi della bolletta!

  • Chiudere l’acqua invece che lasciarla scorrere inutilizzata quando laviamo qualcosa (che sia un oggetto, o noi stessi)
  • Spegnere la luce delle stanze dove non c’è nessuno
  • Abbassare l’intensità della luce laddove non serve illuminare a giorno
  • Adottare lampadine a LED
  • Preferire il ventilatore all’aria condizionata
  • In generale, non usare l’aria condizionata
  • Spegnere i dispositivi elettrici e le ciabatte della corrente invece che lasciarle in standby
  • Asciugare i panni all’aria invece che usare l’asciugatrice
  • Passare la scopa invece che l’aspirapolvere (per intenderci, preferiamo la prima 2 volte su 3)
  • Non tenere in carica i dispositivi elettrici più del dovuto (anche perché si rischia di rovinare la loro batteria)
  • Usare il lavoro manuale invece che un elettrodomestico laddove possibile – tranne che per lavare i piatti: la lavastoviglie ci permette di consumare meno risorse
  • Non aprire le finestre quando i termosifoni sono accesi e controllate la loro temperatura: anche solo 1° può fare un’enorme differenza sul consumo di energia!
  • Arredare la propria casa con oggetti e materiali, oltre che belli, davvero funzionali, resistenti e sostenibili, così che la loro manutenzione risulti più facile ed ecologica
  • Impiegare piante depuratrici per migliorare la qualità dell’ambiente

Pile e batterie ricaricabili

https://inspire-ecoparticipation.com/guida-zero-rifiuti-inspire/#pileE

Per alimentare i dispositivi elettronici della nostra casa (ma anche quelli che utilizziamo fuori casa), optiamo per delle pile ricaricabili.

Pannelli solari e piastra a induzione

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Abbiamo voluto aggiungere questa voce alla guida per sottolineare quanto già accennato: con la parola rifiuti non indichiamo solo gli scarti materiali che gettiamo nel cestino, ma anche gli scarti energetici che produciamo, ossia le emissioni inquinanti. Possiamo iniziare a scegliere di illuminare la nostra casa o riscaldare la nostra acqua ricorrendo a risorse più sostenibili, come per l’appunto i pannelli solari. 

Al tempo stesso, nel caso di case nuove, cambi o ristrutturazioni, possiamo optare per piastre a induzione invece che fornelli a gas.

Da dove iniziare?

https://inspire-ecoparticipation.com/guida-zero-rifiuti-inspire/#daDove5

Le buone pratiche per ridurre i rifiuti e le batterie ricaricabili

Igiene della casa

Igiene per la casa Zero Rifiuti

Detersivi alla spina e autoprodotti

https://inspire-ecoparticipation.com/guida-zero-rifiuti-inspire/#detersiviAlla

Come abbiamo già accennato qualche consiglio fa, scegliere detersivi alla spina per pavimenti e superfici è un ottimo modo per rendere la propria igiene domestica Zero Rifiuti

Non dimentichiamoci, inoltre, che una gran parte dei detersivi che utilizziamo possono essere autoprodotti con ingredienti come aceto, bicarbonato, limone, acqua e sale. Basta trovare la ricetta che più preferiamo e realizzarla in pochi minuti, così da alzare un po’ di più la nostra asticella dello Zero Rifiuti. Ne gioverà anche la nostra salute, dato che la maggior parte dei detersivi in commercio sono altamente aggressivi, e contengono sostanze che non contribuiscono al nostro benessere. 

Vecchie federe, asciugamani e strofinacci al posto di spugne, spugnette e panni per pulire

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Il titoletto dice tutto: al posto di pezzette, spugnette, stracci e panni fatti di fibre sintetiche, possiamo pulire la nostra casa, dai pavimenti ai mobili, ricorrendo a vecchie federe, asciugamani consunti e strofinacci lisi, così da risparmiare sul consumo di oggetti inquinanti, e al contempo prolungare il ciclo vitale di oggetti che già possediamo, ritardando la loro trasformazione in rifiuti.

Per quanto riguarda le spugnette più abrasive, come abbiamo accennato sopra quando abbiamo parlato delle spugnette per piatti, la luffa è un’ottima alternativa, per quanto non 100% Zero Rifiuti, comunque molto sostenibile.

Buste della spazzatura riutilizzabili o biodegradabili

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Avete mai preso in considerazione il fatto che la busta della spazzatura è, essa stessa, un rifiuto? E, data la sua composizione in plastica, uno dei più letali.

Anche in questo caso siamo davanti ad una chimera. Iniziamo però con il dire che rifiuti come vetro, carta e in alcuni casi la plastica possono essere conservati in bidoni riutilizzabili, da svuotare al momento della raccolta del rifiuto. 

Ci rendiamo conto che è però pressoché impossibile liberarsi del sacco monouso se si tratta di indifferenziata. Una soluzione, quindi, potrebbe essere quella di utilizzare sacchi compostabili anche per questo tipo di spazzatura.

Stop ai guanti in lattice

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In questo caso non parliamo tanto dei guanti per pulire bagno e cucina – dei quali si può benissimo fare a meno, soprattutto se si usano detersivi naturali; ma soprattutto parliamo dei guanti in lattice monouso, “quelli da chirurgo” per intenderci, che spesso vengono impiegati per fare pulizie, compiere brevissime operazioni e, paradossalmente, raccogliere rifiuti. 

Meglio optare invece per guanti lavabili e riutilizzabili, magari impermeabili.

Sacco per lavare i panni e filtro per lo scarico

https://inspire-ecoparticipation.com/guida-zero-rifiuti-inspire/#saccoPer

La quantità di microplastiche (aka microrifiuti) che i nostri vestiti disperdono nell’acqua ogni volta che li laviamo in lavatrice è sorprendente. Basta informarsi un po’ per rendersi conto che – nella stragrande maggioranza dei casi – quello che indossiamo è praticamente un rifiuto ambulante di scarsissima qualità e altissima tossicità. 

Dunque, per limitare i danni, soprattutto nel caso di materiali come pile, elastene, acrilico e poliestere, è possibile utilizzare un apposito sacco per la pulizia dei vestiti, pensato proprio per bloccare le particelle prima che finiscano nel tubo di scarico delle nostre lavatrici. Si tratta di sacchi fatti apposta per assicurare la pulizia e, al contempo, catturare le fibre inquinanti.

Un’alternativa ancora migliore è applicare un filtro direttamente allo scarico.

E poi ovviamente acquistare indumenti realizzati con materiali sostenibili, che non rilascino nell’ambiente e nei nostri corpi microplastiche e prodotti tossici.

Da dove iniziare?

https://inspire-ecoparticipation.com/guida-zero-rifiuti-inspire/#daDove6
  1. Detersivi alla spina e autoprodotti
  2. Uso di vecchie federe, asciugamani e strofinacci per pulire
  3. Buste e bidoni della spazzatura riutilizzabili

Abbigliamento

Prima di iniziare con i vari consigli, ci teniamo a specificare un dato di fatto molto semplice, che spiega in una sola frase perché ci ritroviamo a parlare di abbigliamento in una guida Zero Rifiuti: l’industria tessile è la seconda a livello mondiale per tasso di inquinamento ambientale.

Partiamo anche dal presupposto che, soprattutto in questo caso, il consumismo regna sovrano: tutti noi possediamo già indumenti in abbondanza, e sono molti di più di quanti ce ne servano.

Dunque, prima di esporre qualsiasi altra idea su come fare a vivere uno stile di vita più Zero Rifiuti in quest’ambito, un consiglio preliminare: smettiamo di acquistare abiti nuovi, se non strettamente necessario per motivi tecnici e altamente specifici.

Abbigliamento sostenibile

Scambio abiti

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Come abbiamo spesso ripetuto durante tutta la guida, il modo migliore per eliminare i rifiuti dalla nostra vita è non produrli! Dunque, perché continuare ad acquistare indumenti nuovi, quando possiamo scambiarli, magari con chi, oltre ad avere le nostre stesse taglie, ha anche i nostri stessi gusti? I mercatini del baratto, gli armadi dei nostri amici, i vestiti dismessi dei nostri parenti e qualche interessante sito internet (ma anche gruppi social) sono la risposta perfetta alla voglia di abiti nuovi e, al contempo, al nostro nuovo stile di vita Zero Rifiuti.


Inoltre, quando ci ritroviamo ad aver bisogno o voglia di indossare qualcosa di particolare, soprattutto se si tratta di un capo che siamo certi non metteremo più, possiamo sempre affittarlo, o ancora meglio chiederlo in prestito.

Mercatini del riuso e vintage

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Se proprio non troviamo quello che stiamo cercando in contesti di scambio e baratto, allora scegliere abbigliamento riusato – ossia il vintage! – è sicuramente un tipo di acquisto nettamente più sostenibile, perché ci risparmia l’acquisto di vestiti prodotti ex novo.

No fast-fashion

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Se proprio dobbiamo acquistare abiti nuovi, allora che non siano abiti che provengono dall’industria del fast fashion. 

Cosa significa all’atto pratico? Significa acquistare abiti che: siano prodotti con materiali a lunghissima durata; siano riparabili – se la casa produttrice ha una policy di reale sostenibilità, sarà lei stessa ad offrirsi di riparare i capi danneggiati e/o usurati; fabbricati seguendo una policy di legalità lavorativa e ambientale; realizzati con materie prime sostenibili e prodotte in maniera altrettanto sostenibile; tessuti riciclati. I costi di questo tipo di indumenti sono nettamente più alti di quelli prodotti dai marchi che realizzano prodotti di fast-fashion, ma ovviamente la loro durabilità è nettamente maggiore: sono studiati proprio per essere acquistati una volta sola e durare potenzialmente tutta la vita, non solo in termini di fattura ma anche di modelli e colori – il loro stile è senza tempo, non segue le mode e quindi non scade.


I brand di fast-fashion producono oltretutto indumenti che contengono un altissimo numero di sostanze tossiche, tra coloranti e tessuti, che vengono assorbiti dal nostro organismo attraverso la pelle, e in alcuni casi anche per inalazione. Parliamo di sostanze che, secondo studi scientifici, a lungo andare possono portare a intossicazione, tumori e malattie degenerative. Ragione in più per eliminare una volta per tutte questo tipo di indumenti dalla nostra vita.

Riparare

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Riparare è un atto rivoluzionario, perché è esattamente l’opposto del concetto di usa-e-getta che ad oggi permea il nostro stile di vita. Se un abito si è rotto, o è semplicemente usurato e avrebbe bisogno di qualche rinforzo, l’approccio più Zero Waste del caso è quello di ripararlo, o da soli o portandolo da un sarto che possa aiutarci.

Shopping online

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Smettere di fare shopping online, soprattutto su grandi e-commerce come ad esempio Amazon, è tra le azioni più Zero Rifiuti e socialmente utili che possiamo compiere. Ci consente infatti di eliminare in un colpo solo il packaging per la spedizione e l’inquinamento del trasporto, oltre a contrastare il fast-fashion e lo sfruttamento del lavoro.

Da dove iniziare?

https://inspire-ecoparticipation.com/guida-zero-rifiuti-inspire/#daDove7
  1. No fast fashion
  2. Scambio abiti
  3. Riparazione
  4. Eliminare lo shopping online

Fuori casa, in viaggio e in natura

Vivere Zero Rifiuti fuori casa a lavoro

Occhio a come ci muoviamo!

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Come ripeteremo più volte, le emissioni sono dei rifiuti a tutti gli effetti e, soprattutto nel caso degli aerei, sono tra i principali agenti inquinanti che esistono sulla Terra. Stando a numerosi studi scientifici, insieme all’adozione di una dieta vegana, smettere di viaggiare in aereo sarebbe una delle principali soluzioni per abbattere le emissioni di CO2 e poter provare a rimediare ai disastri ambientali che abbiamo causato finora. 

Dunque, che si tratti di un intero viaggio o di un semplice spostamento quotidiano, badare al mezzo che si usa è fondamentale. Adottare quello meno impattante a livello ambientale è la soluzione Zero Waste.

Se proprio non possiamo fare a meno di viaggiare in aereo, è possibile “compensare” la propria emissione di CO2 grazie alla no profit Atmosfair.

Borraccia

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Possiamo dirlo: le bottiglie monouso sono ormai anacronistiche a tutti gli effetti, oltre che estremamente dannose per la salute di chi le usa. La borraccia, possibilmente d’acciaio, è la perfetta soluzione Zero Waste per consumare acqua e bevande di vario genere. Se abbiamo bisogno di depurare l’acqua con cui la riempiamo, basta utilizzare un filtro apposito: alcune ce l’hanno addirittura incorporato. Se non troviamo una fontanella a portata di mano, o un lavandino, possiamo chiedere di riempirla in bar o ristoranti…non dubitiamo mai della gentilezza e disponibilità altrui!

Trasportare il pasto al sacco

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Per portare in giro il proprio pasto oppure il proprio panino, è possibile utilizzare contenitori riutilizzabili come tupperware o simili, oppure, al posto della pellicola di plastica o di alluminio, il bee wrap, ossia la “pellicola” riutilizzabile fatta di cotone e cera d’api.

Kit posate, spork e tovagliolo di stoffa

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Per sostituire una volta per tutte le posate e i tovaglioli usa-e-getta che ci vengono offerti quando si mangia fuori casa, la soluzione è portarsi da casa le posate – che però potrebbero venirci requisite in caso di imbarco aereo – oppure dotarsi di un kit di posate riutilizzabili, magari in bamboo.

Un’altra pratica soluzione è la spork, un utensile che racchiude forchetta, cucchiaio e a volte anche coltello, generalmente in legno e nettamente più corto di una normale posata. Ottima soluzione, adatta ai voli e anche più economica di un intero kit!

Per quanto riguarda i tovaglioli di carta, basterà portare con sé un tovagliolo di stoffa.

Bicchieri, tazze e thermos

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Anche in questo caso, un bicchiere/tazza riutilizzabile, magari in acciaio, è la soluzione perfetta per evitare di dover ricorrere a bicchieri e tazze usa-e-getta. Alcune tazze funzionano anche da thermos. Si tratta di un’ottima soluzione sia per le bevande calde preparate in casa, che per quelle da asporto.

Le cannucce

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Giunti a parlare di cannucce, la nostra domanda resta la stessa: servono davvero? Qualsiasi bevanda si beva con la cannuccia, si può bere anche senza. 

Se invece parliamo di quelle annesse ai bricchetti di succo di frutta, invitiamo a riconsiderare l’acquisto di tale prodotto a monte, vista l’enorme quantità di rifiuti che si produce con uno solo di questi cartoni. Ci sono le alternative in vetro, oppure si può decidere di utilizzare una piccola borraccia nella quale versare il succo fatto in casa, o proveniente da confezioni più grandi e meno inquinanti. Detto ciò, la scelta più Zero Rifiuti resta comunque la rinuncia all’acquisto.

Se proprio non possiamo astenerci dall’uso della cannuccia, allora sicuramente le cannucce in acciaio, lavabili e riutilizzabili, sono la migliore soluzione.

Preparare i propri snack e i propri panini

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Sostituire i pasti fuori casa con piatti (siano snack, panini o ricette elaborate) precedentemente cucinati in casa da noi è un’ottima soluzione Rifiuti Zero, perché ci aiuta ad eliminare il packaging usa-e-getta, grazie a contenitori, bee wraps e tovaglioli riutilizzabili,  oltre a farci risparmiare e ad aiutarci a mantenere la nostra dieta sana ed equilibrata. Tutti noi amiamo mangiare fuori e gustare cucine diverse da quella casalinga: non si tratta di rinunciarvi per sempre, ma solo di essere meno pigri nella quotidianità e riservare i pasti fuori casa per le occasioni speciali.

Cibi e bevande dei distributori automatici

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Che si tratti del bicchierino da caffè con la stecchetta per girare lo zucchero (anche quando lo si prende amaro), della bottiglietta monouso, oppure dell’involucro dello snack di turno, i distributori automatici sono il tripudio dell’usa-e-getta e qui la soluzione Zero Waste è una soltanto: non utilizzarli.

Qualora siamo i dirigenti di un luogo pubblico, sia un esercizio commerciale o un edificio di interesse culturale, possiamo decidere di trovare soluzioni alternative (tipo i vuoti a rendere o un piccolo bar), così da sensibilizzare anche i nostri visitatori in merito ai motivi delle nostre scelte. 

Se proprio non possiamo esimerci dall’usare i distributori automatici, allora possiamo incoraggiare i nostri visitatori a portare il loro bicchiere, la loro tazza e il loro cucchiaino, mettere a disposizione un posto dove lavarli e asciugarli dopo l’uso, ed eliminare dalla macchinetta del caffè bicchierini e bastoncini, lasciando solo l’erogazione della bevanda. In questo modo non solo applicheremo una soluzione Zero Rifiuti senza dover rinunciare alla macchinetta, ma potremmo anche riuscire nell’intento di coinvolgere e responsabilizzare i nostri avventori.

Per quanto riguarda invece l’acqua, possiamo regalare borracce e, nel caso quella dei nostri lavandini non fosse potabile, posizionare distributori d’acqua in giro per lo stabile. 

Non lasciamoci intimorire da reazioni negative o critiche: quando spieghiamo le nostre ragioni con i giusti toni e dati alla mano, le persone sono sempre ben disposte ad ascoltarci e venirci incontro. 

Batterie ricaricabili e pannelli solari trasportabili

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Fuori casa, soprattutto in viaggio o durante attività sportive all’aria aperta, sono diversi i dispositivi che necessitano di batterie. In questo caso, bisogna optare per le pile ricaricabili.
Esistono inoltre piccoli pannelli solari trasportabili che sfruttano l’energia solare per ricaricare power bank incorporate dalle quali attingere durante viaggi e lunghe giornate all’aperto.

Tappi per le orecchie e mascherine

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La soluzione Zero Rifiuti è semplice: tappi riutilizzabili, come ad esempio tappi in titanio, e mascherine riutilizzabili, invece che quelle fornite in dotazione da hotel, aerei o strutture di altro tipo.

Portiamolo via con noi, anche se è compostabile

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Solo perché un rifiuto è compostabile, non significa che può essere lasciato in natura. Portiamolo via con noi e buttiamolo nel giusto posto. I motivi per farlo sono molti: nel caso della frutta e verdura che mangiamo, perché non appartengono a quel luogo (soprattutto se non endemici); ma anche perché siamo in tanti e, se tutti lasciassimo i nostri rifiuti organici in natura, diventerebbe una compostiera; perché potrebbero trasformarsi in cibo per gli animali selvatici del posto, andando a modificare la loro dieta e il loro modo di procacciarsi il nutrimento, e quindi alterare l’ecosistema; anzi, potrebbero addirittura risultare tossici, a causa di sostanze chimiche (come i pesticidi) contenute al loro interno. Lasciamo quindi che la natura resti incontaminata, senza lasciare traccia del nostro passaggio.

Questo ovviamente vale, a maggior ragione, per fazzoletti di carta e salviettine umidificate. Non importa quanto sulla confezione ci sia scritto che sono ecologici, biodegradabili, magari perfino compostabili: non è in natura che vanno gettati. Dopo aver fatto i nostri bisogni, portiamoli via con noi dentro a tubi ermetici ideati appositamente, oppure più semplicemente in un sacchettino (tipo quello per bisogni per animali). 

Non serve cambiare asciugamano tutti i giorni

Quando alloggiamo in albergo, non serve cambiare asciugamano tutti i giorni. Si tratta di un gesto che non costa nulla, ma vuol dire tantissimo per l’ambiente.

Non usiamo i prodotti monodose che ci fornisce l'albergo

Ogni albergo, o quasi, propone soprattutto in bagno una serie di prodotti monodose e monouso: saponetta, shampoo, crema per il corpo, cuffia per i capelli, limetta per le unghie e via dicendo. Invece che fare uso di questi prodotti usa-e-getta, portiamoci i nostri da casa: largo al Zero Waste!

Portiamo sempre con noi una borsa riutilizzabile pieghevole

Che si tratti di un viaggio, o di una giornata fuori casa, accertiamoci di avere sempre con noi una borsa riutilizzabile pieghevole: non ci accorgeremo nemmeno di averla in borsa o nello zaino, ma farà la differenza quando faremo un acquisto!

Facciamo a meno dell'aria condizionata o dei riscaldamenti

Quando alloggiamo in un albergo, molto spesso l’aria condizionata è onnipresente, ma non necessaria. Ovviamente, la scelta più Zero Waste di tutte è quella di spegnerla e notificare il personale che vogliamo che resti così durante la nostra intera permanenza, anche e soprattutto quando non siamo in camera.

Laddove sia impossibile farne a meno, allora ricordiamoci di spegnerla quando usciamo dalla stanza e usiamola solo quando siamo presenti. Sarà comunque meglio che tenerla accesa tutto il giorno.

La stessa cosa vale per i termosifoni: possiamo chiedere di abbassarne la temperatura, se non addirittura spegnerli del tutto. Qualora presentassero le manopole e possiamo farlo a mano, procediamo noi stessi e notifichiamo il personale delle nostre scelte.

Da dove iniziare?

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  1. Occhio a come ci muoviamo
  2. Borraccia
  3. Trasportare il pranzo al sacco in maniera Zero Waste
  4. Kit posate, spork e tovaglioli di stoffa
  5. Eliminiamo le cannucce
  6. Non lasciamo traccia del nostro passaggio

Ecogenitori

Pannolini lavabili

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Calcolando una media di 5 pannolini al giorno (sono almeno 8 nei primi mesi, ma diminuiscono dopo il primo anno), e moltiplicandola per un tempo medio di utilizzo di due anni e mezzo prima dello spannolinamento, un bambino consuma circa 4650 pannolini. Di pannolini lavabili, invece, se ne comprano 24 (8 pannolini x 3 giorni). Materiali? Possono essere naturali al 100%, come cotone e canapa, oppure in microfibra. Se si è spaventati dalla scelta, meglio cominciare con la microfibra, che si asciuga più in fretta ed è quindi migliore per chi è alle prime armi. 

Se non ce la facciamo solo con i pannolini lavabili, allora facciamo un po’ e un po’, scegliendo però come prodotto usa-e-getta un pannolino che sia biodegradabile, meglio ancora se compostabile.

Percarbonato e bicarbonato al posto dei detersivi

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Il percarbonato può essere facilmente acquistato sfuso, ma questo vale anche per moltissimi altri tipi di detersivi. 

Se usato sopra i 50 gradi, si attiva come sbiancante e disinfettante. È sufficiente un cucchiaio da minestra in una lavatrice a pieno carico, ed anche i pannolini tornano come nuovi. Seppure restassero delle macchie, stendiamoli al sole… provare per credere! 

Il bicarbonato ha poi un’azione sgrassante, da utilizzare in caso di macchie ostinate. 

Lo consigliamo data anche la naturalità del prodotto in confronto a prodotti disinfettanti commerciali: infatti, per quanto stia diventando sempre più facile trovare negozi che vendono prodotti detergenti sfusi, comunque i disinfettanti per i bambini sono ancora difficilmente reperibili alla spina.

Salviettine (biodegradabili) solo quando servono davvero

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Quando cambiamo i nostri bambini, invece che utilizzare a prescindere le salviettine igienizzanti monouso, laviamoli direttamente con l’acqua corrente. Lasciamo le salviettine igienizzanti usa-e-getta solo per i momenti in cui non abbiamo lavandini a portata di mano e, ovviamente, scegliamo quelle biodegradabili o, meglio ancora, compostabili.

Evitare il monodose - sopratutto nelle soluzioni fisiologiche e nei farmaci

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La soluzione fisiologica, che in pratica è acqua purificata con sale, è indispensabile in caso di piccole disinfezioni, o per i lavaggi nasali. È disponibile in commercio anche in bottiglie da 1 litro o più, da cui può essere estratta con una siringa per mantenere la sterilità; consigliamo vivamente di preferire le confezioni grandi a quelle monodose, dato che, messe a confronto, le prime sono indubbiamente più economiche delle seconde, e ci consentono di tenere basso il nostro impatto ambientale.

Vestiti, lenzuolini, copertine, giocattoli e accessori di seconda mano

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Questa è una delle soluzioni più Zero Waste che ci siano. I bambini, infatti, crescono ad un ritmo esponenziale, cambiando taglia nel giro di poco: circostanza che ci costringe ad accumulare molto in fretta body, tutine e altri indumenti. Procurarsi vestiti di seconda mano quindi non è solo la scelta più in linea con la filosofia Zero Rifiuti, ma è anche la soluzione che ci fa risparmiare più tempo e spazio. 

La stessa cosa vale per giochi e pupazzi. Non ha senso acquistare qualcosa di nuovo quando possiamo utilizzare un oggetto che già esiste nelle nostre vite – o in quelle dei nostri parenti e amici che non lo usano più! 

Idem per lenzuolini, copertine e biancheria per lettini. Ma anche per i tris (navicella, ovetto, passeggino) e accessori simili, come fasciatoi e culle.

Insomma, la soluzione migliore sotto tutti i punti di vista è fare rete con colleghi genitori, amici e parenti, e scambiarsi ogni tipo di oggetto di cui si possa aver bisogno, senza comprarne ogni volta di nuovi.

Biberon in vetro e succhiotti in legno e materiali naturali come il caucciù

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Il titoletto dice tutto: piuttosto che la plastica, meglio materiali naturali e vetro, sia per il biberon che per il ciuccio. Per sterilizzare tutti questi oggetti, basta bollirli nell’acqua, senza bisogno di strumenti e sostanze extra.

Prodotti da bagno e igiene personale naturali, autoprodotti e non testati sugli animali

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Questo suggerimento vale sia per i genitori che per i bambini: più il prodotto è naturale, più sarà salutare per noi, oltre che per l’ambiente. Se abbiamo bisogno di qualche idea in merito, possiamo consultare la sezione “Igiene personale e cura del corpo” di questa guida.

Posate, piatti e bicchieri riutilizzabili e di materiali naturali

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In questo caso, suggeriamo stoviglie riutilizzabili e fatte di materiali naturali, come ad esempio il bamboo. Consigliamo sempre di evitare la plastica, dato che rilascia microplastiche nei cibi e nelle bevande con cui viene a contatto.

Le cannucce

https://inspire-ecoparticipation.com/guida-zero-rifiuti-inspire/#leCannucce1

Questa è una voce che troveremo ripetutamente in questa guida. La nostra domanda quando si parla di cannucce sarà sempre la stessa: ma servono davvero? Qualsiasi bevanda si beva con la cannuccia, si può bere anche senza. 

Se invece parliamo di quelle annesse ai bricchetti di succo di frutta, invitiamo a riconsiderare l’acquisto di tale prodotto a monte, vista l’enorme quantità di rifiuti che si produce con uno solo di questi cartoni. Ci sono le alternative in vetro, oppure si può decidere di utilizzare una piccola borraccia nella quale versare il succo fatto in casa, o proveniente da confezioni più grandi e meno inquinanti. Detto ciò, la scelta più Zero Rifiuti resta comunque la rinuncia all’acquisto.

Se proprio non possiamo astenerci dall’uso della cannuccia, allora sicuramente le cannucce in acciaio, lavabili e riutilizzabili, sono la migliore soluzione.

Giochi di materiali naturali

https://inspire-ecoparticipation.com/guida-zero-rifiuti-inspire/#giochiDi

Se si presenta la necessità di comprare giochi nuovi, allora prediligiamo materiali naturali come il legno e il cotone, piuttosto che plastica e fibre sintetiche – come sopra, a nostro parere è la scelta più sostenibile e salutare.

Inoltre, poiché all’inizio i bambini esplorano il mondo con le mani e con la bocca, ci teniamo a segnalarvi che, diversamente dai polimeri sintetici, i materiali di origine naturale offrono sensazioni tattili molto diverse, più varie e per certi versi più stimolanti; questa ricchezza di sensazioni aiuta il loro sviluppo cerebrale.

Per le mamme: copricapezzoli, coppette assorbilatte e salvaslip lavabili

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I copricapezzoli possono essere acquistati in argento e regalati al termine del primo periodo dell’allattamento. Le coppette assorbilatte e i salvaslip possono essere sostituiti con la loro alternativa lavabile.

Da dove iniziare?

https://inspire-ecoparticipation.com/guida-zero-rifiuti-inspire/#daDove9
  1. Pannolini lavabili
  2. Oggetti, vestiti e accessori di seconda mano
  3. No monodose
  4. Percarbonato e bicarbonato al posto dei detersivi
  5. Salviettine biodegradabili solo quando necessario

Giardino e orto

Stoccaggio dell'acqua piovana per l'irrigazione

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Per annaffiare le piante è possibile sfruttare l’acqua piovana dei giorni passati: basterà posizionare dei bidoni per raccogliere la pioggia, per poi utilizzarla all’evenienza. 

Coltiviamo il nostro cibo

https://inspire-ecoparticipation.com/guida-zero-rifiuti-inspire/#coltiviamoIl

Coltivare il proprio cibo è un altro atto profondamente rivoluzionario, oltre che salutare. Qualora non disponiamo di grandi spazi, ma magari solo di un balcone, prendiamo in considerazione la possibilità di coltivare comunque dei pomodorini, oppure una pianta di limone. Qualsiasi alimento, se coltivato in casa, ci permetterà di abbassare i consumi, risparmiare sulla spesa e assicurarci la qualità del prodotto che stiamo mangiando.

Pesticidi e rimedi naturali e autoprodotti

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Quando ci prendiamo cura delle nostre piante, da orto o decorative che siano, facciamo uso esclusivamente di pesticidi e rimedi naturali, se non addirittura fatti in casa. I pesticidi chimici sono altamente tossici, non solo per le piante e per l’ambiente (prendiamo sempre in considerazione i processi di produzione!), ma anche per noi stessi.

Compost

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Se si dispone di un giardino abbastanza grande, realizzare la propria compostiera è una fantastica soluzione Zero Rifiuti. 

Inoltre, alcuni scarti alimentari, come ad esempio il caffè o i gusci d’uovo, possono essere utilizzati come concime e fertilizzanti, invece che compostati con tutto il resto dei rifiuti organici.

Vasi di coccio

https://inspire-ecoparticipation.com/guida-zero-rifiuti-inspire/#vasiDi

Preferire i vasi di coccio ai vasi di plastica può essere un’ottima soluzione sostenibile per le proprie piante.

Seminare invece che comprare la pianta già fatta

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Se possibile, invece che comprare piante già cresciute in vasetti tipicamente di plastica, possiamo scegliere una soluzione più ecosostenibile e Zero Rifiuti: seminare la pianta che desideriamo, così da poterla coltivare direttamente in terra, oppure in vasi che già abbiamo, magari di coccio, senza bisogno di acquistarne di nuovi.

Da dove iniziare?

https://inspire-ecoparticipation.com/guida-zero-rifiuti-inspire/#daDove10
  1. Stoccaggio dell’acqua piovana
  2. Coltivare il proprio cibo
  3. Pesticidi e rimedi naturali o fatti in casa
  4. Compost

Regali, feste e festività

Stoviglioteca

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Una stoviglioteca funziona un po’ come una biblioteca: un set di numerose stoviglie (piatti, bicchieri e posate) riutilizzabili messe in affitto, disponibili per chiunque debba organizzare una festa e voglia al contempo evitare le stoviglie usa-e-getta. Invece di comprare tanti set, ognuno per sé, se ne acquistano uno o due e, in virtù del valore della collaborazione, si mettono a disposizione di tutti in cambio di un piccolo costo di affitto.

Le stoviglioteche sono sempre più comuni anche in Italia, per cui vi consigliamo di cercare quella più vicina a voi, oppure, qualora non fosse presente, potete pensare di fondare la vostra. Se avete voglia di farlo insieme a noi, scriveteci! 

Soluzioni Zero Rifiuti per impacchettare i regali

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I giapponesi hanno addirittura un nome per questa soluzione Zero Rifiuti per impacchettare i regali: Furoshiki. Si tratta di utilizzare panni, foulard e stoffe per impacchettare i regali, regalando anche quelle insieme a ciò che stiamo donando, oppure riusandole ogni volta. Spaghi e fiocchi riutilizzabili al posto delle coccarde monouso sono il modo migliore per chiudere pacchi regalo, annodandoli senza utilizzare scotch. Se vogliamo abbellire ulteriormente il pacco, possiamo utilizzare qualche oggetto naturale, come fiori, foglie, rametti e mazzetti sempreverdi.

Palloncini e lanterne

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In questo caso ci troviamo di fronte a due tipi di rifiuti non solo altamente inquinanti, ma anche gravemente pericolosi per gli animali che potrebbero rimanerci intrappolati, ferirsi oppure ingerirli. Palloncini e lanterne non hanno soluzioni Zero Rifiuti: l’unica soluzione è smettere di utilizzarli e fare uso di decorazioni e festoni più sostenibili, realizzati in casa e con materiali naturali (vedi sotto).

In questo caso si tratta di rifiuti che oltre ad essere nocivi per l’ambiente in quanto prodotti usa-e-getta, vengono spesso rilasciati in esso, causando morte e inquinamento sicuramente evitabili.

Tovaglie e tovaglioli di stoffa

https://inspire-ecoparticipation.com/guida-zero-rifiuti-inspire/#tovaglieE

Questa soluzione Zero Waste è valida per tutte le volte che ci ritroviamo a preparare una tavola, ma lo è ancor di più quando ci ritroviamo ad avere tanti ospiti – cosa che, con l’usa-e-getta, si traduce in un enorme quantitativo di rifiuti. Tovaglie e tovaglioli di stoffa sono la soluzione Zero Waste. Se non ne abbiamo abbastanza, possiamo chiederli in prestito ad amici e parenti. Se anche questo non fosse possibile, allora sicuramente i tovaglioli compostabili sono la soluzione migliore. Attenzione ai tovaglioli colorati o sbiancati, che non possono essere riciclati in nessun modo!

Le cannucce

https://inspire-ecoparticipation.com/guida-zero-rifiuti-inspire/#leCannucce2

Questa è una voce che troveremo ripetutamente in questa guida. La nostra domanda quando si parla di cannucce è sempre la stessa: ma servono davvero? Qualsiasi bevanda si beve con la cannuccia, si può bere anche senza. 

Se invece parliamo di quelle annesse ai bricchetti di succo di frutta, invitiamo a riconsiderare l’acquisto di tale prodotto a monte, vista l’enorme quantità di rifiuti che si produce con uno solo di questi cartoni. Ci sono le alternative in vetro, oppure si può decidere di utilizzare una piccola borraccia nella quale versare il succo fatto in casa, o proveniente da confezioni più grandi e meno inquinanti. Detto ciò, la scelta più Zero Rifiuti resta comunque la rinuncia all’acquisto.

Se proprio non possiamo astenerci dall’uso della cannuccia, allora sicuramente le cannucce in acciaio, lavabili e riutilizzabili, sono la migliore soluzione.

Coriandoli

https://inspire-ecoparticipation.com/guida-zero-rifiuti-inspire/#coriandoli

I coriandoli, specialmente in plastica o glitter, sono un rifiuto altamente inquinante. In primis, c’è da domandarsi quanto realmente servano. Se poi vengono sparati o lanciati in spiaggia, nei parchi, e in generale in natura, diventano letali non solo a causa dell’inquinamento che comportano degradandosi, ma anche perché possono essere scambiati per cibo e ingeriti da piccoli animali.

Esiste una soluzione Zero Waste, oltre al non utilizzarli? Sì, le foglie secche. Usare una bucatrice per ricavare coriandoli dalle foglie secche è sicuramente un’ottima soluzione, specialmente se vogliamo utilizzarli all’aria aperta. Se invece siamo sicuri al 100% che verranno utilizzati solo in un luogo chiuso come una casa o una sala giochi, e quindi poi gettati via nell’apposito secchio, se non addirittura recuperati per altre occasioni, allora possiamo utilizzare vecchi fogli e vecchia carta in generale.

Decorazioni e festoni fai da te

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In questo caso, la soluzione Zero Rifiuti è quella di realizzare decorazioni e festoni che siano riutilizzabili nel tempo, e possibilmente fatti con materiali naturali. Allo scopo possono tornare particolarmente utili oggetti naturali come rametti e foglie, scatoloni e lembi di stoffa. Non dimentichiamo che anche le piante possono svolgere una funzione decorativa, oltre a rappresentare un perfetto esempio di arredo sostenibile. 

Non riusciamo ad immaginare festoni e decorazioni fai-da-te con materiale di riuso per una festa? Basterà un veloce giro su internet per trovare tutta l’ispirazione di cui abbiamo bisogno!

Snack fatti in casa

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E se alcuni degli snack che serviamo alle feste, come biscotti, tramezzini e pop corn, fossero fatti in casa, invece che acquistati insieme al loro inquinante packaging? Certo, cucinare un intero buffet da soli può essere oneroso, ma possiamo pensare di chiedere aiuto ad amici e parenti, oppure scegliere di preparare almeno le pietanze che, per come vengono messe in commercio, comportano una maggiore quantità di scarti.

Regali fai da te: esperienze, donazioni e prodotti utili

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Nella società del consumo ci hanno insegnato che i regali non solo devono essere nuovi di zecca, ma che vanno fatti per forza, anche quando non si hanno idee, o si è perfettamente coscienti di stare regalando qualcosa di inutile o poco apprezzato.

Qual è quindi l’alternativa Zero Waste in questo caso? Ebbene, il regalo Rifiuti Zero per eccellenza è un’esperienza. Che sia una cena fuori, un massaggio, un volo con il paracadute o un giro in bicicletta, un’esperienza è sicuramente il regalo più bello che si possa fare, perché genera emozioni che rimarranno impresse per sempre. 

C’è poi il regalo della donazione: scegliere di fare una donazione ad un’organizzazione no-profit a nome del destinatario del nostro dono. Perché il dono del donare è sempre un regalo bellissimo!

C’è poi il regalo per eccellenza, quello fai-da-te – dopotutto, in italiano si dice “fare un regalo”, quindi perché non prendere l’espressione alla lettera? Creiamo con le vostre mani un’idea personalizzata e assolutamente originale, un pezzo unico che di certo saprà sorprendere chi lo riceverà. Altrimenti, possiamo optare per regalare qualcosa di utile, magari chiedendo apertamente al destinatario che cosa necessita o apprezzerebbe. 

Ci sono poi le piante, che come sempre ci vengono in aiuto con la loro distintiva capacità di essere incomparabilmente utili, perché benefiche, adatte ad ogni occasione, belle e 100% Zero Rifiuti.

Infine, ciò che conta è il gesto. Infatti, per quanto assurdo possa sembrare, in molte occasioni possiamo renderci conto che non è necessario regalare qualcosa di materiale: basta una lettera, una bottiglia di vino, una giornata passata insieme per offrire a chi amiamo un segno del nostro affetto.

Un appunto sulle candeline

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Se ci pensiamo, il tempo di utilizzo delle candeline è un’inezia in confronto al rifiuto che diventano se gettate subito dopo. Quindi, quando ci troviamo ad usarle, preferiamo quelle semplici, corte e riusabili più volte (dunque, a rigor di logica, non quelle a forma di numero), mentre stiamo alla larga da soluzioni come le fontane scintillanti, che, in ottica Zero Waste, si rivelano le più inquinanti. 

Ad oggi, esistono candele fatte di cere vegetali di vario genere, che sono sicuramente preferibili a quelle fatte di cera d’api o cere sintetiche. Consigliamo però di evitare quelle di soia, dato l’uso massivo che già si fa di questa materia prima: in fin dei conti, non è l’alternativa più sostenibile in commercio, anzi, nel caso per esempio di quella proveniente dal Brasile, risulta assolutamente antiecologica.

Alberi di Natale alternativi e le loro decorazioni

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La prima soluzione Zero Waste è quella di utilizzare altre piante che già abbiamo in casa al posto del classico albero di Natale. Le decorazioni, invece che realizzate in plastica, possono essere fai da te in legno, con spaghi per annodare rametti a forma di stelle e alberelli, come anche piccole fette di frutta essiccata

Se l’idea dell’albero alternativo non è realizzabile, allora sicuramente un vero albero vivo, magari dalle dimensioni ridotte così da non soffrire troppo in vaso, è la soluzione Zero Rifiuti per un Natale più sostenibile. 

Zucche di Halloween

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Le zucche di Halloween possono risultare in un enorme spreco (aka rifiuto) se il loro contenuto, invece che essere mangiato, viene semplicemente gettato via. Sicuramente la soluzione più Zero Waste in assoluto è quello di non realizzare la zucca di Halloween, ma se proprio non fosse possibile, allora è bene assicurarsi di mangiarne l’interno.

Dolcetto o scherzetto?

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I “dolcetti” che vengono consegnati ad Halloween o dalla Befana altro non sono che piccoli snack avvolti in una montagna di rifiuti. Il packaging di ognuno di quei cioccolatini e caramelline è uno strato monouso di plastica, che in realtà, più che un dolcetto, risulta un vero e proprio scherzetto per le future generazioni. Soluzione Zero Rifiuti? Dolcetti fai da te! Biscottini, cioccolatini, meringhe, magari addirittura caramelle, cucinati in casa così da evitare il packaging monouso e distribuire cibo più salutare.

Da dove iniziare?

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  1. Stoviglioteca
  2. No palloncini e lanterne
  3. Decorazioni fai da te
  4. Incartare i regali in modo sostenibile
  5. Regali fai-da-te

Al lavoro

Serve davvero stamparlo?

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Prima di mandare in stampa un documento, chiediamoci se serve davvero. Qualora la risposta fosse sì, cerchiamo di ridurre la grandezza di una pagina o di un’immagine, così da far entrare più elementi nello stesso foglio. La stampa fronte retro è quasi un’ovvietà, ma comunque la ricordiamo.

Usare tutti e due i lati del foglio

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Usare entrambe i lati del foglio è una buona pratica Zero Waste non solo quando si stampa qualcosa: se un foglio ormai non serve più, invece che buttarlo, possiamo utilizzarlo per prendere appunti o lasciare messaggi.

Calendari, agende e quadernini fai-da-te

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Quando ci ritroviamo per le mani tanta carta di risulta, come fogli stampati da un lato solo, possiamo anche impiegarli per rilegare a mano quadernini, agende e calendari. Spillatrice, o ago e filo ci aiuteranno a realizzare il nostro prodotto fai-da-te, che non solo rappresenterà una fantastica soluzione Rifiuti Zero, ma ci consentirà di risparmiare sulle spese di cancelleria e rispecchierà al meglio i nostri gusti e le nostre necessità.

Tecnologia e internet

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La tecnologia è un grande alleato del Zero Rifiuti, ma anche una chimera dalle molte teste. Se infatti da un lato va a sostituire tantissimi oggetti e prodotti, racchiudendo in un unico dispositivo un’intera area di lavoro, evitandoci di stampare moltissimi documenti e semplificando le azioni da compiere (dunque economizzando spostamenti e comunicazioni), dall’altro comporta, per ognuno di questi vantaggi, un costo ambientale molto alto. 

Non parliamo solamente del dispositivo elettronico che, ovviamente, un giorno diventerà un rifiuto, per altro speciale e difficilmente riciclabile, ma anche di tutti i vari server e supporti di storage che, da remoto, ci permettono di usufruire di clouds, drives, mail, chat e tutto ciò che di online (ma anche offline) esiste. Fondamentalmente, ogni GB è pressoché un rifiuto. 

La soluzione Zero Rifiuti in questo caso non esiste, ma di sicuro la risposta è ridurre. Ridurre l’uso che si fa dei dispositivi e di internet. Ridurre il tempo che si passa a navigare senza utilità. Prediligere l’offline. Evitare di riempire i nostri social di foto e contenuti che vanno ad occupare spazi di memoria fisici da qualche altra parte nel mondo, e tenere a mente che, anche se non ne abbiamo la reale percezione, ogni azione che compiamo online e ogni dispositivo elettronico che passa per le nostre mani ha un enorme impatto ambientale. 

Riducendo il nostro uso della tecnologia allo stretto indispensabile e sfruttandola soprattutto per evitare di dover produrre altri oggetti, sicuramente otterremo buoni risultati, sia a livello di Rifiuti Zero, sia a livello di guadagno di tempo e produttività sostenibile.

Distributori automatici

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I luoghi di lavoro pullulano di questi mostri del monouso. Che si tratti del bicchierino di caffè con la stecchetta per girare lo zucchero (anche quando lo si prende amaro!), delle bottigliette di plastica per bevande di ogni genere, oppure dell’involucro dello snack di turno, i distributori automatici sono il tripudio dell’usa-e-getta e qui la soluzione Zero Waste è una soltanto: non utilizzarli.

Qualora siamo i dirigenti di un ufficio, abbiamo il grande potere di evitare di installare queste macchine, e magari offrire un’alternativa Zero Rifiuti ai nostri dipendenti. 

Se proprio non possiamo esimerci dall’usare un distributore automatico di caffè nel vostro ufficio, allora possiamo incoraggiare i nostri dipendenti a portare il loro bicchiere, la loro tazza e il loro cucchiaino, mettere a disposizione un luogo dove lavarli e asciugarli dopo l’uso, ed eliminare dalla macchinetta in questione bicchierino e bastoncino, lasciando solo l’erogazione delle bevande. In questo modo non solo applicheremo una soluzione Zero Rifiuti senza dover rinunciare alla macchinetta, ma sensibilizzeremo i nostri dipendenti in merito alle ragioni per cui lo stiamo facendo. 

Per quanto riguarda invece l’acqua, possiamo regalare borracce ai nostri dipendenti, e posizionare distributori d’acqua in giro per lo stabile, ma solo laddove l’acqua del lavandino non sia potabile. In tal caso, invitiamo i nostri dipendenti a riempire le loro nuovissime e bellissime borracce con quella, usandola sempre come un’opportunità per sensibilizzare e ispirare chi ci circonda a fare lo stesso. 

Se invece siamo dipendenti, possiamo chiedere ai nostri dirigenti di applicare le suddette norme, magari facendo squadra con i nostri colleghi per avere maggiore incisività. Inoltre, possiamo scegliere di portare da casa le nostre bevande calde e i nostri snack in thermos e contenitori riutilizzabili. 

Non lasciamoci intimorire da reazioni negative: quando spieghiamo le nostre ragioni con i giusti toni e dati alla mano, le persone sono sempre ben disposte ad ascoltarci e venirci incontro.

Procedure Zero Rifiuti

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Se ricopriamo posizioni con poteri decisionali, scegliamo di applicare procedure Zero Rifiuti all’interno della nostra azienda, eliminando la carta, ma anche la necessità di recarsi di persona in qualche luogo, cercando ad esempio di preferire quando possibile il lavoro da remoto. In generale, eliminiamo tutto ciò che rappresenterebbe uno spreco di risorse, che si parli di materiali, energia o tempo. 

Se siamo dipendenti, avanziamo ai vostri superiori la proposta di applicare soluzioni Zero Waste. Se non vogliamo farlo da soli, possiamo fare squadra con i nostri colleghi, e ricordiamoci di puntualizzare ai nostri superiori che si tratta di soluzioni benefiche non solo per l’ambiente, ma anche per le tasche dell’azienda: purtroppo o per fortuna, sarà un motivo di convincimento in più!

Portarsi pranzo e snack da casa

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Un ottimo modo per eliminare i rifiuti della mensa, del pranzo a portar via o degli snack dei distributori automatici, è portarsi il cibo da casa, e magari anche un piccolo thermos con il caffè o qualsiasi altra bevanda. Nella sezione “Fuori casa e in viaggio” di questa guida possiamo trovare altri consigli in merito.

Da dove iniziare?

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  1. Trovare soluzioni Zero Rifiuti per le procedure aziendali
  2. Portarsi il pranzo e gli snack da casa
  3. No ai distributori automatici 

Per gli animali da compagnia

Bustine biodegradabili per i bisogni

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Per raccogliere i bisogni dei propri animali, non esiste ancora un accorgimento Rifiuti Zero: la soluzione migliore sono le bustine biodegradabili, che per lo meno sono più sostenibili di quelle in plastica.


Quando si va a fare una passeggiata in piena natura (boschi, montagne, etc), occhio a lasciare che il proprio cane faccia bisogni in giro, o a scegliere di non raccoglierli perché “rifiuto organico”: nonostante le vaccinazioni, i nostri amici fedeli potrebbero essere portatori di malattie come rabbia e cimurro, e quindi, attraverso i bisogni, trasmetterle ad altri animali, come lupi, volpi o cani randagi. Sempre meglio rimuoverli, così da prevenire tali effetti collaterali.

Cibo sfuso o cucinato in casa

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La soluzione Zero Waste per evitare il packaging del cibo dei propri animali? Il cibo sfuso, soprattutto se si parla di croccantini.

Altra alternativa è quella di preparare il cibo in casa con ingredienti freschi e magari qualche avanzo, e poi congelarlo, così da avere le porzioni pronte giorno dopo giorno. In questo caso, non solo applicheremmo una fantastica soluzione Zero Rifiuti, ma agiremmo anche nell’interesse della salute del nostro animale.

Giochi e premi

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La soluzione Zero Rifiuti ai due problemi? Materiali naturali per i giochi e cibo sfuso per i premietti! In entrambi i casi esistono in commercio soluzioni senza packaging e non industriali, ma la scelta più Zero Waste è eliminare il confezionato e ingegnarsi in altro modo: per quanto riguarda i giochi, possiamo rendere felice il nostro cane con rami e bastoni di legno da rosicchiare e vecchi stracci da tirare, oppure eccezionalmente con una vera pallina da tennis da riportare (sono quelle più resistenti in assoluto). 

Per i premietti invece, possiamo individuare un alimento per umani acquistabile “sfuso” (pezzettini di carne, cubetti di patate, bucce, frutti e, per i più grandi, ossi di scarto del macellaio che non si spezzano). Così possiamo risparmiare, evitare di inquinare, e stare certi che il nostro cane sia felice: in fondo lui non conosce altro che la natura, non noterà la differenza.

Sabbietta ecologica per lettiere

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Se il nostro animale necessita di una lettiera, allora scegliamo una sabbietta ecologica, magari compostabile o biodegradabile.

No agli animali esotici

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Tenere in casa animali esotici, che siano di terra, acqua, o aria, non genera rifiuti, certo, ma contribuisce a una pratica di commercio altamente dannosa per l’ambiente, oltre che per gli animali stessi. In generale, il commercio di animali rappresenta una minaccia per la loro incolumità e salute, e, in particolare nel caso di specie non endemiche, anche per la biodiversità e gli altri equilibri che regolano gli ecosistemi naturali sul nostro Pianeta.

Si tratta, anche in questo caso, di dare adito a un vezzo di cui non abbiamo bisogno: non ha senso sradicare gli animali dal loro habitat d’origine per il puro gusto di poterli possedere, e finire così o per vederli soffrire negli ambienti casalinghi, chiusi in gabbie, teche e acquari, o per liberarli in zone geografiche cui non appartengono, condannandoli alla morte o a sviluppare un’aggressività che rischia di minare gli equilibri naturali esistenti.



Parola all'esperto

Plastiche biodegradabili e compostabili? No, grazie! - di Giulio Ferrante

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Mai come oggi è stato attuale parlare di stile di vita rispettoso dell’ambiente: in questo particolare periodo storico, sono sempre di più i cittadini che prestano attenzione a ridurre la produzione di rifiuti e a operare scelte di consumo più consapevoli. Anche le istituzioni si stanno muovendo, coscienti di quanto sia urgente affrontare l’emergenza ambientale su più fronti: per esempio, il Parlamento Europeo ha vietato l’uso di molti prodotti di plastica usa e getta entro il 2021. Tanti già si chiedono con cosa verranno sostituiti oggetti come le posate di plastica usa e getta, le cannucce o i cotton fioc: ed è qui che entrano in gioco i materiali di ultima generazione come le bioplastiche o le plastiche compostabili. Ne esistono già vari, principalmente di origine vegetale, definiti biodegradabili o compostabili. Ma sono davvero più eco-friendly della classica plastica?

Se il nostro obiettivo è tendere a uno stile di vita più sostenibile, dobbiamo necessariamente fare alcune riflessioni. 

Innanzitutto, dobbiamo tenere conto dei processi di degradazione. Da questo punto di vista, i più “verdi” tra i materiali appena citati sono quelli compostabili (per esempio Mater-Bi, P.L.A. e P.H.A.), perché si degradano in meno di 3 mesi e possono tornare alla terra sotto forma di concimi. Subito dopo vengono le plastiche biodegradabili ma non compostabili, che si degradano al 90% entro 6 mesi. In questo senso, quindi, i materiali di nuova generazione sono senz’altro più ecologici della plastica tradizionale, che invece impiega fino a 1000 anni per degradarsi, e che, per via del processo di frammentazione, rilascia molte microplastiche nell’ambiente. Inoltre, la plastica derivata dal petrolio ha un carbon footprint (ossia l’impronta al carbonio, un parametro utilizzato per misurare le emissioni di gas serra di un determinato materiale, oggetto o persona) molto più alto delle bioplastiche, soprattutto a causa dell’energia necessaria per la sua produzione, che è nettamente maggiore rispetto a quella che serve per produrre plastiche di origine vegetale come il P.L.A. (S. Pathak, 2014). 

In secondo luogo, dobbiamo considerare i processi produttivi dei materiali stessi. Se derivate da scarti alimentari o di altre filiere produttive, le bioplastiche possono rivelarsi molto sostenibili, certo. Purtroppo però, spesso provengono da coltivazioni di mais o canna da zucchero (M. N. Somleva, 2013). In questo caso, tenendo di conto di tutte le risorse utilizzate (acqua, energia e suolo) e dei danni causati all’ambiente da pesticidi e fertilizzanti impiegati per rendere le coltivazioni efficienti, possiamo concludere che, in realtà, le bioplastiche hanno un impatto decisamente negativo sul nostro pianeta. Un esempio: per produrre 25 bottiglie da 1,5 litri in P.L.A. sono necessari ben 2250 litri di acqua – per via dell’irrigazione e della produzione del mais – a fronte dei 17,5 litri necessari a produrre lo stesso numero di bottiglie di uguale volume in Pet, ossia in plastica “fossile” (Spezzacatena, 2019).

Nel caso della canna da zucchero, poi, il bilancio sarebbe anche peggiore, dato che viene coltivata in zone tropicali, sottraendo per altro suolo alle foreste pluviali già in forte contrazione.

Quindi, il prefisso “bio” non è necessariamente sinonimo di maggiore sostenibilità, e in effetti un recente studio dimostra come alcune bioplastiche, ovviamente biodegradabili, in determinate condizioni ambientali (chimismo, temperatura, ecc…) si comportino in modo davvero molto simile alle plastiche derivate dal petrolio (K. G. Harding, 2017).

Ad esempio, per degradarsi completamente, la plastica definita biodegradabile ha bisogno di alcune condizioni chimico-fisiche che difficilmente si possono riscontrare nell’acqua del mare, dove molti dei nostri rifiuti finiscono. L’utilizzo della plastica biodegradabile (non compostabile), quindi, non ridurrebbe il problema della plastica negli oceani che sta mettendo a repentaglio gli ecosistemi marini. Inoltre queste plastiche, esattamente come quelle tradizionali, vanno incontro a frammentazione operata da raggi UV, ossidazione e da altri agenti esterni, generando microplastiche (Kershaw, 2015).

Se vogliamo acquisire uno stile di vita più rispettoso dell’ambiente e di noi stessi, dobbiamo prima di tutto dire ADDIO AL MONOUSO.

Non dobbiamo sostituire le posate, i piatti o le cannucce monouso con qualcosa di più sostenibile, ma comunque usa e getta – quindi non ad impatto zero per il nostro pianeta. Per essere davvero green dobbiamo imparare a dire “NO al monouso”, non per il plastic ban, ma per gridare al sistema di smettere di impiegare acqua, energia, suolo ed emettere gas serra per un oggetto dalla vita brevissima. Impariamo a farne a meno e a trovare l’alternativa riutilizzabile.

Bibliografia

• K. G. Harding, T. Gounden, S. Pretorius. “Biodegradable plastics: a myth of marketing?”. Procedia manufacturing, science direct. 2017

• Maria N. Somleva, Oliver P. Peoples and Kristi D. Snell. PHA Bioplastics, Biochemicals, and Energy from Crops (Plant Biotechnology journal 2013). Metabolix Inc., Cambridge, MA, USA. 

• Peter John Kershaw. UNEP (2015) Biodegradable Plastics and Marine Litter. Misconceptions, concerns and impacts on marine environments. United Nations Environment Programme (UNEP), Nairobi. 

• Swati Pathak, CLR Sneha, Blessy Baby Mathew. Bioplastics: Its Timeline Based Scenario & Challenges. Journal of Polymer and Biopolymer Physics Chemistry, 2014, Vol. 2, No. 4, 84-90 

• Tommaso Spezzacatena (2019); Il lato oscuro delle bioplastiche. Impactschool magazine.

Antropocene: il bisogno di definire l'epoca dell'uomo - di Angela Castagna

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“L’uomo ha dimenticato da troppo tempo che la Terra gli è stata data unicamente per usufrutto, non per consumo, ancor meno per far proliferare rifiuti.”

Man and Nature, G.P. Marsh, 1864

La consapevolezza che l’interazione dell’uomo con l’ambiente circostante stesse arrivando a modificare la sostanza stessa del mondo che abitiamo comincia già alla fine del XIX secolo. La denuncia e il biasimo rivolto alle attività umane che il politico e pioniere dell’ecologia statunitense George Perkins Marsh riporta nel suo famoso libro, Man and Nature, pubblicato nel 1864, rivelano la forte preoccupazione dell’autore per l’estensione su larga scala dei cambiamenti operati dall’uomo sul mondo fisico, come ad esempio la regimentazione dei corsi fluviali e le relative modifiche dei processi di erosione e sedimentazione, o la deforestazione di ampie aree boschive per fare spazio ad agricoltura e allevamento, tali da arrivare persino a modificare localmente il clima

L’autore evidenzia quanto pericolosa sia l’imprudenza dell’essere umano nel voler manipolare e controllare tutto ciò che lo circonda, e sottolinea che qualsiasi grande operazione atta a modificare l’ambiente circostante, tanto da distruggere il naturale equilibrio che lo caratterizza, dovrebbe sempre essere valutata con molta cautela – soprattutto se dettata dal puro interesse economico. 

All’epoca la denuncia di Marsh aveva contribuito a far riconoscere ai cittadini americani la portata del danno ambientale che le attività umane stavano comportando, e a risvegliare il bisogno di un comportamento più rispettoso e consapevole nei confronti della Natura. L’impeto di questi sentimenti si tramutò nella creazione di molte aree protette e parchi naturali, nonché nella nascita dei primi movimenti politici dedicati alla protezione delle risorse ambientali. 

Da allora non è passato molto tempo: su scala geologica, 150 anni sono un battito di ciglia, se non meno. Eppure, il mondo naturale si è fatto via via più estraneo, fino a diventare in certi casi un completo sconosciuto.

L’estraneità che oggi proviamo verso la Natura, i suoi equilibri e le sue dinamiche va di pari passo con il grande, rapido e ormai incontrollato utilizzo che facciamo delle sue stesse risorse. L’uomo non è più interconnesso con il mondo naturale,  bensì lo considera scontato, superfluo: lo vede come qualcosa che c’è sempre stato e sempre ci sarà, e di cui non c’è motivo di preoccuparsi. 

Per l’uomo 2.0 la Natura è “quella cosa verde” che ad oggi può sperimentare solo in poche occasioni, ad esempio organizzando gite domenicali a Parchi e Riserve Naturali, o attraverso i documentari che vede in TV: perché quella stessa natura, che una volta ci circondava, è stata trasformata da lui stesso in chilometri di terra senza alberi o animali, adibiti ad agricoltura e allevamenti intensivi, o a terreni edificati e zone industriali. Sfortunatamente, l’uomo di oggi considera l’ambiente non tanto come la propria casa, dove cercare esperienze reali e dove poter tornare in contatto con la propria autentica essenza, bensì come una risorsa da sfruttare. E se da un lato non solo la ammira, ma la ricerca (proprio con quelle gite o in quei documentari), dall’altro non sembra rendersi conto che è proprio la stessa natura che distrugge ogni giorno.

Nel 2002 il chimico Paul Crutzen ha ripreso il concetto di ‘Antropocene’, introdotto già nell’Ottocento, per definire l’intervallo di tempo in cui i processi della Terra sono stati modificati profondamente dall’uomo: ora l’influenza umana si può infatti notare sul clima, sulle terre, gli oceani e la biosfera. Secondo il Premio Nobel Crutzen, l’uomo ha provocato e continua a provocare un cambiamento sulla Terra talmente profondo da poter essere contraddistinto come una nuova epoca geologica

Per capirci meglio: secondo la Scala dei Tempi Geologici, il tempo della Terra può essere suddiviso in eoni, ere, periodi ed epoche, un po’ come il tempo umano viene suddiviso in anni, secoli e millenni. Ognuna di queste fasi terrestri è contraddistinta da chiari avvenimenti, come ad esempio un’estinzione, riscontrabili negli strati di roccia, che i geologi leggono come un libro e chiamano record geologico

In questo senso, l’Antropocene non è ancora chiaramente visibile negli strati di roccia di cui abbiamo appena parlato: per il momento ha effetti percepibili soprattutto sulle sfere politiche, economiche e sociali. Ma sicuramente, date le profonde modifiche che l’uomo sta apportando alla biosfera, in un futuro molto prossimo sarà anche riscontrabile a livello geologico.

Qualora l’essere umano dovesse smettere di costruire e modificare l’ambiente, la Natura riprenderebbe il sopravvento in pochi decenni. Ciò nonostante, se anche l’impronta delle megacostruzioni umane (come ad esempio le metropoli) non venisse preservata nel record geologico, come sostiene il geologo J. Zalasiewicz, di sicuro resterebbero le nostre tracce chimiche: l’aumento di CO2 nell’atmosfera ha dato il via ad una cascata di eventi che hanno modificato la sostanza stessa di alcuni ambienti. Per esempio, gli oceani si sono acidificati e riscaldati, motivo per cui organismi come coralli e plankton che li abitano stanno diminuendo o addirittura morendo – andando per altro a impoverire la base della catena alimentare. Già il fenomeno dell’acidificazione, da solo, potrebbe comportare un tale cambiamento nell’ecosistema marino, con un importante declino della sua biodiversità, da essere visibile in futuro nel record geologico. 

Si tratta di un argomento complesso, difficile da comprendere, a partire dal concetto stesso di Antropocene. Quando parliamo di Antropocene, infatti, non ci riferiamo unicamente all’ambiente, al paesaggio, all’ecosistema, all’inquinamento, o ai rifiuti che raccogliamo. Piuttosto, ci riferiamo all’attività umana tutta, la quale ha effetti sul Sistema Terra che sono tangibili e distinguibili dai suoi cicli naturali. La chiave di lettura di questo concetto è che l’attività umana non si limita a influire solo sull’ambiente o sul paesaggio, ma rende l’uomo una ‘forza della Natura’ in grado di modificare i cicli naturali stessi, vale a dire il funzionamento alla base del Pianeta. 

Ed è qui che nasce la Scienza del Sistema Terra – la Earth System Science – che mira proprio a tracciare e definire questi cambiamenti, che riguardano tutte le componenti del Pianeta (C. Hamilton, 2015), che viene visto appunto come un sistema le cui parti sono profondamente interconnesse, e non come un insieme formato da tanti elementi separati e indipendenti tra loro. Per via di questa complessità e di questa profonda interconnessione, ma anche a causa, talvolta, della lentezza di questi cambiamenti, o comunque del manifestarsi delle loro conseguenze, spesso il tema dell’Antropocene ci appare distante, poco chiaro o complicato. È normale sentirsi estranei e avere difficoltà a familiarizzare con l’idea di un mondo che sta cambiando, letteralmente, sotto i nostri occhi. 

Per semplificare, uscendo dall’ambito scientifico ed entrando nella sfera della vita di tutti i giorni, basterebbe pensare che tutto quello che ci circonda fa parte di un grande circolo, dove ogni modifica comporta risultati a breve e lungo termine e dove ogni azione ha una conseguenza, per quanto lentamente essa si possa manifestare.
In questo caso, come la geologia e la teoria dell’Antropocene ci dimostrano, lo stile di vita che acquisiamo con questo sistema economico completamente insostenibile sta già avendo ripercussioni estremamente negative ed allarmanti sul Pianeta e, di conseguenza, su di noi: ripercussioni che erano state ipotizzate all’inizio del ventesimo secolo, ma che ora sono tangibili. Diventa quindi evidente che la velocità e la grandezza dello sfruttamento delle risorse (finite) della Terra stanno avendo un impatto talmente grande e negativo, che è ormai giunto il momento di fermarsi e domandarsi che vita, che salute e che prospettive abbiamo, ma soprattutto vorremmo, per il nostro prossimo e vicinissimo futuro. 

Bibliografia

• G.P. Marsh, 1864. Man and Nature

• J. Zalasiewicz, 2011. The Anthropocene: a new epoch of geological time?

• C. Hamilton, 2015. Getting the Anthropocene so wrong

Lo Stato del 'Food Waste' - di Elia Guida

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Oggi sentiamo spesso parlare dello ‘spreco alimentare’, sui giornali e nelle televisioni, come di un fenomeno di portata mondiale e caratterizzato da numeri impressionanti. Il food waste viene definito come la perdita, lungo tutta la filiera agroalimentare, di cibo ancora edibile. Si tratta di quantità enormi che, anche se inizialmente ci sorprendono, proprio a causa della loro grandezza sfuggono alla nostra reale percezione. Nonostante la fame resti al primo posto nella lista dei rischi mondiali per la salute e tra le più importanti cause di mortalità infantile – è il cosiddetto “paradosso della scarsità nell’abbondanza” (Bonardo D., 2012) – sembra sfuggirci anche il fatto che il cosiddetto food waste non è solo un problema morale. È infatti anche un’emergenza ambientale che ha un impatto enorme sul nostro pianeta. È una delle principali cause di emissioni di CO2, gas a effetto serra, così come del consumo di acqua, terra e di energia elettrica.

Parliamo di numeri: “ogni anno vengono sprecati nel mondo 1/3 dei prodotti ancora edibili, ossia 1.3 miliardi di tonnellate di cibo ancora consumabile” (FAO, 2013).
Questa è una delle frasi più ricorrenti che sentiamo nei vari telegiornali. Un numero davvero enorme. Ma riusciamo realmente a immaginarlo? A capire la grandezza del problema? 

Proviamo a rendere i numeri più vicini alla nostra percezione. Ogni anno, dal campo alla tavola, si perde il 50% dei prodotti che vengono lavorati (Siwi, 2008). Oppure consideriamo che solamente in Italia, Paese persino virtuoso da questo punto di vista, ogni persona spreca circa 149 kg di cibo all’anno (Bcfn, 2012). Immaginate di buttare in una volta 149 kg di cibo ancora buono…fa impressione, vero? 

Ma se, come già accennato, lo spreco alimentare è assai rilevante dal punto di vista etico e morale, a livello ambientale ha un impatto devastante. Quando si parla di “impatti ambientali degli sprechi”, generalmente pensiamo esclusivamente ai rifiuti derivanti, e al loro smaltimento. Se invece guardiamo il problema dal punto di vista dell’intero ciclo di vita dei prodotti (LCA-Life Cycle Assessment) la questione cambia: oltre alle emissioni associate allo smaltimento dei rifiuti, sono da mettere in conto anche quelle che sono state emesse per produrre il prodotto agroalimentare buttato. 

Anche qui potremmo fare un elenco infinito di numeri, che però limiterebbe la nostra percezione del problema. Negli ultimi anni sono stati però elaborati diversi metodi per studiare l’impatto sull’ambiente del Food Waste: tra i tanti, uno è quello di immaginare lo Spreco Alimentare come se fosse uno Stato, modalità che, a mio parere, ci aiuta a percepire al meglio le dimensioni e l’ampiezza del suo impatto.

Tra gli indicatori troviamo il Carbon Footprint, che ci indica le emissioni di gas a effetto serra generate nei processi produttivi. Ora, se vi dicessi che lo spreco alimentare produce ogni anno 3.3 Gt (Gigatonnellate) di emissioni (FAO, 2013), potreste pensare che è un numero enorme, ma la percezione rimane comunque relativa. Ma se consideriamo il Food Waste come uno Stato, scopriamo che in una classifica tra i Paesi più inquinanti al mondo, è al terzo posto per emissioni dopo Cina e USA (FAO, 2011).

Fig.1.1. Top 20 paesi per emissioni GHGs vs Food Waste. (FAO, 2013, p.17).

Il Blue Water footprint, altro indicatore utilizzato per classificare gli Stati, indica il consumo delle risorse idriche associate alle filiere agroalimentari – e quindi già di per sé legato al Food Waste. In numeri, l’impronta idrica degli sprechi alimentari è pari 250 km³ di acqua: una quantità pari a tre volte il Lago di Ginevra! (Hoekstra A., Mekonnen M., 2012). Stesso gioco di prima: se fosse uno Stato, in una classifica dei Paesi che consumano più risorse idriche, come si posizionerebbe? Semplice, sarebbe al primo posto.

Fig.1.2. Top 10 paesi per consumo di acqua vs Food Waste. (FAO, 2013, p.28)

Infine come ultimo indicatore troviamo il Land Use, che si riferisce alla superficie necessaria per la produzione di un determinato bene che non è stato però consumato. Ebbene, nel 2007 lo spreco alimentare ha occupato 1,4 miliardi di ettari di terra, ossia il 28% della superficie mondiale destinata all’agricoltura (FAO, 2013). Se fosse uno Stato, quanto sarebbe grande? Sarebbe il secondo paese al mondo più grande, dopo la Federazione Russa.

Fig.1.3. Top 20 paesi per area occupata vs Food Waste.  (FAO, 2013, p.37).

Come avrete intuito grazie a questi tre esempi, lo spreco alimentare è un problema enorme e trasversale, che coinvolge la sfera sia etica, che morale, che ambientale e sociale. Urgono soluzioni volte al Zero Waste, che spingano sul concetto di Economia Circolare, per far si che il nostro modo di produrre non sia più volto alla creazione di rifiuti, bensì al loro evitamento e, laddove ve ne siano, alla loro valorizzazione come prodotti secondari. La strada è stata intrapresa, ma il tempo stringe e lo Stato del Food Waste continua a crescere e a diventare sempre più forte. 

Bibliografia

  • Barilla Center for  Food & Nutrition (2012), “Lo spreco alimentare- Cause, impatti e proposte”, BCFN, Parma.
  • Bonardo D. (2012), “Wit Out- Fame e sprechi: il paradosso della scarsità nell’abbondanza”, Save the Children Italia Onlus, Roma.
  • FAO (2011), “Global food losses and food waste – Extent, causes and prevention”, Rome.
  • FAO (2013), “Food wastage footprint- Impacts on natural resources”,  progetto del Natural Resources Management and Environment Department, BIO-intelligence agency, France.
  • Hoekstra A. Y.,  M. Mekonnen M. M. (2012), “The footprint of humanity”, PNAS- Proceedings of the National Academy of Sciences, vol.109, Febbraio,  University of Twente, Olanda.
  • Lundqvist  J., C. de Fraiture,  D. Molden (2008), “Saving Water: From Field to Fork – Curbing Losses and Wastage in the Food Chain”, SIWI Policy Brief, SIWI, Stoccolma


Meditazione e pratiche contemplative

• Perché meditazione e mindfulness aiutano ad essere Zero Rifiuti? - di Alice Bellini

https://inspire-ecoparticipation.com/guida-zero-rifiuti-inspire/#percheMeditazioneE

[Piccola premessa: da questo momento in poi, per comodità, userò il termine pratiche contemplative per riferirmi ad attività come la mindfulness o la meditazione, che comunque, a loro volta, si rifanno ad una variegata moltitudine di pratiche. Ognuna di queste sviluppa capacità mentali differenti, che avranno quindi effetti diversi sul nostro pensare e sul nostro agire. Ma tutte funzionano allo stesso modo, perché all’atto pratico perseguono lo stesso proposito: riportare l’attenzione su un qualcosa di preciso, sia esso il respiro, l’osservazione dei pensieri che si susseguono nella mente, un mantra, la compassione, un dio, e via dicendo].

Potrebbe risultare strano a molti che, in una guida su come adottare uno stile di vita Zero Rifiuti, fare meditazione non solo compaia tra le soluzioni pratiche, ma costituisca un’intera sezione dedicata. 

Ci si potrebbe chiedere cosa c’entrano le pratiche contemplative con la filosofia Zero Rifiuti – e la risposta è molto più scientifica di quanto non si pensi.

Ovviamente, di per sé, praticare un’attività contemplativa non è una soluzione Zero Rifiuti come può esserlo una borraccia, o il deodorante fai-da-te. Ma come abbiamo detto sin dal principio di questa guida, adottare uno stile di vita Zero Rifiuti non significa semplicemente eliminare un rifiuto usa-e-getta dalla nostra vita, ma operare un cambiamento profondo, alla base del modo in cui affrontiamo le nostre vite.

Questo cambiamento prevede, fondamentalmente, l’uscire dallo stile di vita consumista e l’acquisire una maggiore consapevolezza. Dunque, ridurre la nostra bramosia indotta, come pure tenere a bada la sete di possesso e di potere che caratterizzano il nostro stile di vita (e in parte anche la nostra natura), per accrescere invece la nostra intrinseca capacità di rallentare i tempi, coltivare la calma, avere cura di sé, essere equanimi, grati e distaccati – in ultimo, rafforzando la nostra percezione di cos’è realmente importante e cosa no, cosa ci fa realmente stare bene e cosa no.

Le pratiche contemplative aiutano a mettere in atto questo cambiamento. Non è una convinzione romantica. A provarlo scientificamente sono gli studi quarantennali dei neuroscienziati Daniel Goleman e Richard J. Davidson, che possiamo finalmente vedere riassunti nel loro La meditazione come cura: una nuova scienza per guarire corpo, mente e cervello. Ed è proprio da questo testo che parto per capire perché le pratiche contemplative possono aiutarci ad acquisire uno stile di vita Zero Rifiuti. 

L’addestramento mentale che favorisce il benessere

Inizio esponendovi una delle convinzioni fondamentali di Inspire: “la via classica per raggiungere la ‘saggezza per conoscere la differenza’ sta nell’addestramento mentale”, e grazie a questo addestramento mentale “possiamo coltivare delle qualità mentali che favoriscono il benessere” (D. Goleman, R.J. Davidson, ‘La meditazione come cura’, Milano: Rizzoli, p.69). 

Questo benessere non consiste in soldi, potere o accrescimento dei beni materiali, bensì nella coltivazione, dentro di sé, di emozioni e capacità positive, come la benevolenza, l’altruismo, la compassione, la gratitudine, l’equanimità, la padronanza di sé, una costante presenza mentale e una realistica fiducia in sé stessi – tutti stati sani che, secondo Goleman e Davidson, allenati attraverso la meditazione, inibiscono quelli insani: “l’obiettivo è quello di far sì che [i tratti sani] divengano tratti predominanti permanenti” (D. Goleman, R.J. Davidson, ‘La meditazione come cura’, Milano: Rizzoli, p.54). 

Per tratto permanente si intende un tratto che caratterizza il nostro cervello e il nostro comportamento non solo durante la meditazione, ma sempre

Attraverso l’allenamento mentale, una vita sana e in equilibrio con noi stessi e con gli altri può diventare un tratto permanente. Sia ben chiaro: quando parliamo di allenamento mentale non ci riferiamo a qualcosa di astratto, ma di molto concreto a livello scientifico. Infatti, alla teoria di Goleman e Davidson è venuta incontro la scoperta epocale della neuroplasticità: a forza di meditare, e quindi di allenare il modo in cui i circuiti neuronali del nostro cervello comunicano tra di loro, il cervello cambia, proprio come un qualsiasi altro muscolo del nostro corpo.

Attraverso questo allenamento, quindi, possiamo imparare a guardare le nostre azioni quotidiane sotto una luce differente, scegliendo di compiere quelle che ci aiutano a mantenere questo benessere, e disabituando quelle che invece ci portano a comportamenti insani, finché non ce ne liberiamo definitivamente – per farla facile, sarebbe un po’ come smettere di fumare, coltivando il piacere di respirare aria pulita, invece che affannandosi nello sforzo di non accendere una sigaretta.

Quindi, concretamente, cosa fa la meditazione? In che modo agisce?

Come funziona l’amigdala

La capacità principale della meditazione è quella di andare a calmare le risposte dell’amigdala agli input di stress e minaccia che riceve con incredibile frequenza ogni giorno. 

Come ci spiegano Goleman e Davidson, infatti, l’amigdala è il radar del cervello per le minacce: essa recepisce input immediati dai nostri sensi e li controlla continuamente alla ricerca di segnali di sicurezza o di pericolo. Nel momento in cui percepisce una minaccia, il suo circuito innesca la risposta “bloccati, combatti o fuggi” del cervello, che poi caratterizza le nostre azioni e/o scatena reazioni emotive intense. 

L’amigdala, inoltre, risponde a tutto quello cui sia importante prestare attenzione, indipendentemente dal fatto che sia piacevole o meno per noi. Questo duplice ruolo spiega ad esempio perché, quando siamo in preda all’ansia, non riusciamo a concentrarci su altro e teniamo la nostra mente inchiodata su ciò che la provoca. E lo stesso vale per tutte le emozioni negative: paura, dolore, frustrazione, rabbia, insoddisfazione (D. Goleman, R.J. Davidson, ‘La meditazione come cura’, Milano: Rizzoli, p.106-107).

In un mondo di stimoli incessanti e preoccupazioni che sbucano da ogni dove – rischio di perdere il lavoro, ansia da prestazione, timore di non essere accettati dagli altri, senso di inadeguatezza, preoccupazione per l’imminente bolletta da pagare, terrore di ciò che non conosciamo, e chi più ne ha più ne metta – vista la suddetta neuroplasticità, la meditazione ci aiuta, per dirla nella maniera più semplice possibile, a far funzionare meglio la nostra amigdala, permettendoci di rispondere in maniera più razionale alle “minacce” che individuiamo in ogni momento

Grazie a questa risposta più ponderata, non saremo più indotti a correre immediatamente ai ripari, cedendo al vortice emotivo del momento che, spesso, ci porta ad acquistare ciò che non ci serve, fare cose che non ci rendono soddisfatti di noi stessi, o comportarci in modi che non ci corrispondono solo per il timore di essere rifiutati; né ci bloccheremo per la paura del cambiamento o del fallimento.

Ponderando lo Zero Rifiuti

È proprio grazie a questa ponderazione che riusciamo a fare scelte più oculate, a trovare il tempo per noi stessi e per lo stile di vita che davvero vogliamo condurre. Troviamo la calma per valutare ciò che vogliamo veramente, per ascoltarci e capire cosa ci fa stare bene e cosa, invece, è solo un palliativo per non sentire la frustrazione, la tristezza e la vacuità di una vita che non ci appartiene, o che ci fa sentire perennemente inadeguati.

La meditazione, in qualsiasi forma, ci consente di restare sintonizzati sui pensieri e i comportamenti che ci fanno sentire, e che in definitiva ci mantengono, sani ed equilibrati. Ed è esattamente questa voglia di benessere ed equilibrio a rendere le pratiche contemplative propedeutiche allo stile di vista Zero Rifiuti – e viceversa a rendere lo stile Zero Rifiuti una traduzione pratica dei principi che coltiviamo dentro di noi ogni giorno attraverso le pratiche contemplative.

Meditando, scopriremo il piacere di disfarci di ciò che non ci serve e ci appesantisce, e il piacere di vivere una vita più semplice, basata sul famoso essere invece che sullo stressantissimo avere. 

Come affermano Goleman e Davidson, “coltivate su larga scala, queste qualità – in particolare la gentilezza e la compassione – condurrebbero inevitabilmente a dei cambiamenti in meglio nelle nostre comunità, nelle nostre nazioni e nelle nostre società. Questi tratti alterati positivi hanno la potenzialità di trasformare il nostro mondo in modi che non miglioreranno soltanto la nostra prosperità individuale, ma anche le probabilità di sopravvivenza della nostra specie” (D. Goleman, R.J. Davidson, ‘La meditazione come cura’, Milano: Rizzoli, p.337). 

E poi continuano: “ai nostri occhi, questo ‘percorso’ rappresenta una soluzione a quella che è ormai un’urgente necessità sul piano della salute pubblica: ridurre l’avidità, l’egoismo, l’opposizione noi/loro e le incombenti calamità ecologiche” (D. Goleman, R.J. Davidson, ‘La meditazione come cura’, Milano: Rizzoli, p.338).

Come sempre, a piccoli passi

Come in qualsiasi altra situazione, nessuno si aspetta che diventiate esperti di meditazione nottetempo: l’importante è avere la consapevolezza che questa pratica vi può aiutare nel vostro viaggio verso una vita più sana e più Zero Rifiuti.

Dunque, da dove iniziare? “La via per ottenere i maggiori benefici consiste nell’individuare una pratica meditativa che faccia per noi e quindi rimanerle fedeli. Trovate una pratica che vorreste seguire, decidete la quantità di tempo che potete realisticamente dedicarle ogni giorno (anche solo pochi minuti vanno bene), provatela per un mese e, quindi, valutate come vi sentite dopo questi trenta giorni. Come un allenamento svolto con regolarità vi porta ad avere una migliore forma fisica, così quasi ogni tipo di meditazione migliorerà – in modo più o meno marcato – la vostra forma mentale” (D. Goleman, R.J. Davidson, ‘La meditazione come cura’, Milano: Rizzoli, p.18)

Vi lascio con l’invito a leggere questo libro meraviglioso, che può davvero aiutarci a capire meglio cosa sono le pratiche contemplative, come funzionano e soprattutto quale enorme potenziale costituiscono per tutti noi – nessuno escluso.

In chiusura, un’ultima citazione: “Noi immaginiamo un mondo dove l’ampia diffusione dell’allenamento mentale cambi profondamente in meglio la società. La nostra speranza è che le ragioni scientifiche che abbiamo presentato in questo libro possano mostrare le enormi potenzialità – in vista del conseguimento di un benessere duraturo – del prendersi cura della nostra mente e del nostro cervello, e vi convincano che un po’ di esercizio mentale quotidiano può portarvi molto avanti nella coltivazione di tale benessere. […] Lavorare direttamente su queste capacità umane al fine di potenziarle può aiutarci a spezzare il circolo vizioso di alcune malattie altrimenti intrattabili che colpiscono l’umanità, come la perdurante povertà, l’odio fra gruppi diversi e la noncuranza riguardo al benessere del nostro pianeta. […] Abbiamo portato le prove che è possibile coltivare queste qualità positive nel profondo del nostro essere, e che ognuno di noi può iniziare questo viaggio interiore.” (D. Goleman, R.J. Davidson, ‘La meditazione come cura’, Milano: Rizzoli, p.337-339)

• Vivere Zero Waste praticando la consapevolezza - di Claudia Esposito

https://inspire-ecoparticipation.com/guida-zero-rifiuti-inspire/#vivereConsapevole

Vivere Zero Waste, ovvero adottare comportamenti che portino a non produrre rifiuti, significa vivere con consapevolezza. Significa per esempio valutare, allʼatto di acquisto, se e come lʼoggetto che stiamo comprando è riutilizzabile, o se almeno è riciclabile e, più in generale, se è strettamente necessario; verificare che impatto ha avuto la sua produzione sullʼambiente, e che impatto avrà il suo smaltimento. Significa domandarci se esistono alternative più sostenibili, o se possiamo persino farne a meno; chiederci se acquistiamo per noia o per pigrizia; insomma, sapere se stiamo o no inquinando attivamente il Pianeta. 

Come possiamo però portare consapevolezza nella nostra vita e accostarci sempre di più ad uno stile di vita Zero Waste?

Uno dei modi più comuni e, a parer mio, semplici, è iniziare la pratica della meditazione. Meditare significa infatti praticare la consapevolezza. Può sembrare una cosa difficile, che ci toglie tempo, che dobbiamo imparare a fare: ma non è così. 

È facilissimo iniziare. Bastano pochi minuti al giorno. E soprattutto tutti sappiamo già farlo. 

Lo facciamo per esempio quando compiamo lavori manuali, quando ascoltiamo il rumore del mare o del vento, e tutte quelle volte in cui siamo presenti con il corpo e con la mente in una determinata situazione. Non è necessario meditare seduti in silenzio. Possiamo farlo in ogni momento: perché in ogni momento possiamo praticare la nostra presenza. 

Vediamo quindi come lasciare andare le abitudini nocive per abbracciare nuovi modi di vivere, più sani per noi e per gli altri, contrastando con azioni consapevoli le re-azioni abitudinarie e quotidiane. 

La pratica che vi propongo è una delle più comuni, usata in diverse discipline, correnti e forme, e che appartiene tra le altre cose ai Sutra, ossia gli insegnamenti del Buddha: Anapanasati, la presenza mentale del respiro. Nell’Anapanasati, ci dedichiamo ad ascoltare lʼaria che entra e che esce dal corpo. Lo possiamo fare seduti su un cuscino, su una sedia, ma anche in piedi alla fermata dellʼautobus, mentre ci laviamo i denti o rifacciamo il letto. Semplicemente ascoltiamo ciò che cʼè. 

E quando un pensiero, un rumore o una sensazione fisica ci distraggono, ed è normale che accada, ci ricordiamo di tornare in ascolto, ci ricordiamo di essere presenti. Pensiamo: “Inspirando, so che sto inspirando. Espirando, so che sto espirando”. Portare consapevolezza al respiro significa celebrare il nostro essere nel momento che viviamo, nel qui ed ora. E quando lo facciamo iniziamo a vivere consapevolmente. 
Solo la pratica della consapevolezza ci permette di essere davvero liberi di scegliere come vivere. E, se possiamo scegliere, scegliamo allora di vivere nel rispetto dellʼecosistema: scegliamo di vivere Zero Waste.

Qui è possibile ascoltare la meditazione guidata sul respiro

• Inquinamento: e se non fosse solo ambientale? - di Jasmine Di Benedetto

https://inspire-ecoparticipation.com/guida-zero-rifiuti-inspire/#inquinamentoDentrofuori

Oggi le neuroscienze affermano che pensieri ed emozioni sono prodotti della mente, e che la mente è una funzione del cervello. Quest’ultimo, a sua volta, è un organo del corpo e, come tale, quel che produce e crea lo manifesta su di esso1 sotto forma di sensazione fisica o sintomo. 

Nello specifico, antropologicamente parlando, il sintomo è una micro-narrazione del disequilibrio interiore. Quindi, ascoltando e imparando il linguaggio del corpo, possiamo comprendere cosa ha da dirci, e portare alla luce il malessere che è dentro di noi.

Ad oggi, però, c’è poca consapevolezza (se non nessuna) di questo linguaggio, che molto spesso non sappiamo né ‘udire’, né tanto meno capire. Il risultato è un malessere profondo, dal quale non sembriamo avere i giusti strumenti per uscire. Eppure, passando la nostra intera vita dentro il nostro corpo, ed essendo dotati di istinti naturali tanto quanto tutti gli altri esseri viventi, dovremmo essere in grado non solo di renderci conto che esso ci sta mandando dei segnali, ma anche di capirli e, di conseguenza, agire. Nonostante ciò, sembriamo esserci completamente dimenticati di come si “parla” questo linguaggio.

Ma quand’è successo che abbiamo perso questa capacità, un tempo così naturale? C’è modo di recuperarla, o ormai è troppo tardi? 

Ebbene, per comprendere cosa è successo, ma soprattutto capire come poter re-imparare questo linguaggio, dobbiamo guardare al passato e lasciare che la storia ci insegni. 

Tutto ebbe inizio da Cartesio.

Identificarsi nelle separazioni

Cartesio, elaborando il paradigma cogito ergo sum (penso dunque sono), attribuì piena superiorità alla nostra mente su tutte le altre parti della nostra esistenza (corpo, emozioni, sensazioni, etc.). Nel tempo, questa teoria arrivò ad avere grandissimo successo, e fu abbracciata dalla società con la stessa forza con cui era stata abbracciata la scoperta della sfericità della Terra, o dell’esistenza della forza di gravità: non c’era dubbio che fosse così.
Questo nuovo modo di guardare all’essere umano e alla sua mente ha fatto in modo che ci dimenticassimo di essere, in realtà, un insieme olistico complesso ed integrato di mente, corpo e coscienza. Questo perché Cartesio, separando il mondo della materia (res extensa) dal mondo del pensiero (res cogitans), ha portato gli esseri umani a identificarsi nelle separazioni. 

La sua visione si fondava infatti sull’idea che la vita sulla Terra si basasse su coppie dicotomiche poste in opposizione, come per esempio: bianco o nero, giusto o sbagliato, ricco o povero, dentro o fuori e che queste coppie fossero assolute e imprescindibili. In realtà però, quando prendiamo queste coppie per verità e posizioni assolute, senza abbracciare la relatività delle cose e delle situazioni, incontriamo grande sofferenza, poiché, come comprovano filosofie e discipline molto più antiche di quelle cartesiane, la virtù sta nel mezzo.

Il passato che ci insegna a vivere il presente

Nonostante Cartesio sia riuscito a persuadere l’umanità di questo inequivocabile dualismo, grazie al quale si riuscirebbe a racchiudere tutta l’esistenza in categorie pronte e formate, dimenticandosi dell’unicità di ogni vita, esistono delle tecniche vecchie più di duemila anni che tutt’ora danno la prova fisica che questo modo di vedere il mondo è altamente nocivo e pericoloso per la nostra esistenza. 

Si dice che a insegnare queste tecniche ai monaci sia stato il Buddha Storico. Parliamo, ad esempio, della meditazione Vipassana, con cui possiamo raggiungere calma concentrata e presenza aperta. Dall’India, queste tecniche furono diffuse in tutto il resto dell’Oriente, assumendo anche altri nomi e caratteristiche, fino a diventare la vasta gamma di pratiche, filosofie e discipline che oggi chiamiamo pratiche di meditazione e di consapevolezza.

Attraverso queste pratiche impariamo a osservare i processi e i prodotti della mente con l’intento di allenare l’attenzione a tornare al momento presente. In questo modo, riusciamo a smettere di identificarci con i processi che il nostro cervello ci propone costantemente: questo esercizio mentale si chiama disidentificazione.  

Nella vita di tutti i giorni, infatti, siamo spesso imbrigliati nel divagare mentale e crediamo di essere il “film” che la nostra mente produce. Si dice quindi che ci identifichiamo con i nostri pensieri e con le nostre emozioni, riconoscendoli come la realtà assoluta delle cose. Facciamo un esempio: se la mia mente mi dice che “sono un buono a nulla” e io mi identifico con questo film, finirò per pensare che è la realtà, e cioè che sono proprio un buono a nulla. Mi comporterò quindi di conseguenza, magari non presentandomi a un colloquio di lavoro, o non intraprendendo un certo tipo di carriera che invece mi appassionerebbe moltissimo, o non imparando quello sport che tanto mi piace – lasciando che questa “storia” determini le mie azioni e la mia vita. 

In realtà, quel “film” non esiste nel qui ed ora, ma è il prodotto immaginario della mente che, a causa di una sua funzione caratteristica, va avanti e indietro nel passato e nel futuro, generando una miriade di film di ogni genere.
Che sia ben chiaro: questo divagare della mente, questo andare avanti e indietro nel passato e nel futuro generando miriadi film (spesso tristissimi o paurosissimi), è una cosa normalissima. Non è segno di una mente malfunzionante, né tantomeno di stupidità, anzi! Si tratta di una funzione caratteristica della mente, cioè di un meccanismo che è normale che ci sia, come è una funzione caratteristica del cuore quella di battere. Tant’è che, proprio come con il battito cardiaco, il più delle volte questi film vengono proiettati senza che noi ci facciamo caso. 

Ma perché il cervello fa così? Perché proietta questi film? 

Quando si è sviluppato, all’epoca dei nostri antenati cavernicoli, questi “film” ci aiutavano a rimanere in vita. Un ipotetico orso in fondo alla caverna, o la paura di essere esclusi dalla tribù e quindi ritrovarsi da soli e morire di fame, erano storie che il cervello raccontava continuamente all’Homo Sapiens, per aiutarlo a sopravvivere. Ad oggi ovviamente questi pericoli non esistono più, o almeno non nella stessa forma, ma anche nelle società più agiate e meno minacciose il nostro cervello continua comunque a lavorare come ha sempre fatto, perché è questo il suo modo di procedere.

La differenza la fa il credere o meno a questi film. Infatti, quando decidiamo di prestargli attenzione, il nostro divagare mentale diventa intrusivo, e genera una condizione di sofferenza, che se patologica porta a disturbi come depressione o ansia, e a un ego che non è in grado di assolvere alla sua funzione di coordinamento. 

Allenare l’attenzione

Divagare equivale a vivere nell’inconsapevolezza, quindi fuori dal momento presente, e ci porta a condurre un’esistenza altalenante, in balia dei nostri umori e delle nostre emozioni, che sono “un complesso di pensieri, emozioni, sensazioni fisiche e impulsi” legati tra loro e difficili da distinguere. 

Ed ecco che arrivano in aiuto le pratiche meditative. Grazie ad esse possiamo allenare l’attenzione consapevole (che appunto si sviluppa nello stato meditativo), imparando giorno dopo giorno ad ‘addomesticare’ la mente, calmandola.
Questo perché impariamo a osservare i suoi processi e prodotti, a scindere la complessità dei pensieri, e ad individuare le parti che li compongono, depotenziando così la loro forte presa emotiva2.

Ma come fa una pratica come la meditazione ad avere questo tipo di effetti sulla mente? La risposta va cercata, ancora una volta, nel funzionamento del nostro cervello.

Come funziona il cervello e quali sono gli effetti della meditazione su di esso?

Il cervello è la parte più consistente del sistema nervoso: costituisce il 2% della massa corporea, e consuma il 25% di tutto l’ossigeno che respiriamo. Esso riceve informazioni dal mondo esterno, le elabora, le memorizza se necessario, e mette in circolazione una risposta3. Questa risposta viene messa in circolazione attraverso l’amigdala grazie a neuroni, neurotrasmettitori e sinapsi.

Il neurone è l’unità funzionale del sistema nervoso: è “una cellula altamente specializzata per ricevere, elaborare e trasmettere, le informazioni” ad altri neuroni, o a cellule muscolari e ghiandolari, tramite segnali chimici ed elettrici4

A inviare le informazioni da una cellula all’altra sono i neurotrasmettitori: il punto di contatto tra essi sono le sinapsi, dove si memorizzano i contenuti che poi, a lungo andare, diventano abitudini.
All’interno della rosa delle tante abitudini che sviluppiamo durante la nostra vita, sono identificate come ‘insane’ quelle che vengono messe in atto come risposta automatica ad una situazione che reputiamo uno stressor, ossia un agente stressante, e che sollecita l’organismo facendolo attivare e entrare in una condizione, appunto, di stress.

Il ruolo fondamentale qui lo gioca l’amigdala, che è un po’ il controllore del cervello per quanto riguarda le minacce: in termini molto semplici, questa ghiandola decide se qualcosa costituisce o meno un pericolo e, di conseguenza, mette in moto la serie di “comunicazioni” neuronali che abbiamo appena descritto, invitando il corpo a combattere, fuggire o immobilizzarsi, così da sopravvivere. Insomma, è lei che lancia o meno l’allarme rosso.

All’atto pratico, la meditazione ci insegna a diventare consapevoli di queste reazioni dell’amigdala, permettendoci di allenare la mente a non entrare in allarme laddove non ce n’è bisogno, oppure a riconoscere che l’allarme è stato lanciato ma senza motivo, e quindi agire diversamente da come il nostro corpo viene invitato a fare.
Come abbiamo detto, infatti, grazie alle pratiche contemplative riusciamo a osservare con consapevolezza sempre maggiore i pensieri e le emozioni che determinano i nostri comportamenti, riconquistando la capacità di scegliere se metterli in atto o meno. 

Non solo. Se ci mettiamo in osservazione, possiamo notare anche che nel momento in cui viviamo mentalmente una situazione, la valutiamo automaticamente, spesso come giusta o sbagliata, proprio in relazione a quell’istinto di sopravvivenza ancora vivissimo nel nostro cervello. 

Facciamo un esempio più concreto: se la mente rievoca il ricordo di una brutta esperienza passata, sorge in automatico la preoccupazione che si ripresenti in futuro (stressor). Così, il cervello attiva attraverso l’amigdala la risposta di attacco, immobilizzazione o fuga, e produce un’emozione (paura, rabbia, tristezza) che si manifesta attraverso una sensazione fisica (colite, aumento della respirazione, istinto alla fuga, urla). A questo punto, non distinguendo tra situazione immaginaria e situazione reale, reagiamo. 

Ovviamente, come abbiamo detto, il cervello immagina minacce che, si può dire, non esistono più. Dunque, quello che noi percepiamo non è solo un’emozione fortissima e una sensazione fisica spesso insopportabile, ma anche il bisogno di placare questa emozione e sensazione. Così, per spegnere l’attivazione fisiologica da stress, si innesca una reazione automatica di risposta abitudinaria maladattativa, ossia un comportamento come ad esempio mangiarsi le unghie, o mangiare compulsivamente, accendere una sigaretta, guardare ore e ore di TV, o azioni simili, che vanno a placare l’attivazione da stress, dandoci sollievo. A lungo andare, però, questo processo inconsapevole si cronicizza sotto forma di patologie, che emergono nei punti in cui l’emozione si è inizialmente manifestata, prima come sensazione (ossia la sensazione di aver bisogno di compiere un’azione che allevi lo stress) e poi come sintomo (mangiarsi le unghie, fumare, etc.). Un altro esempio di abitudine maladattiva, che ci aiuta ad alleviare lo stress dato da una mente poco presente, e che quindi ci racconta continuamente storie terribili su come tutto è una minaccia, e alle quali soprattutto noi decidiamo di credere? Acquistare cose, specialmente se non ci servono.

La società consumista e capitalista contemporanea, infatti, ha spinto l’essere umano a curare il disagio interiore non attraverso l’osservazione e la conoscenza di sé, ma attraverso il consumo dei beni, cui corrisponde un folle aumento di prodotti che, terminato l’effimero effetto di pace istantanea dato dall’ultimo acquisto, si traduce in un’ennesima ecatombe di merci accumulate e buttate, perché ormai inadatte all’appagamento del vuoto interiore che ci ha spinto ad acquistarle in prima battuta.

Ecco perché l’acquisto (talvolta addirittura compulsivo), specialmente di qualcosa che non ci serve, rientra proprio all’interno di quelle abitudini insane che sviluppiamo per alleviare lo stress. Va da sé, quindi, che non è l’oggetto che acquistiamo a darci pace, ma l’azione stessa dell’acquistare, generando un meccanismo di dipendenza, gratificazione e assuefazione simile a quello dell’assunzione di una droga. E non stiamo davvero esagerando.

Infatti, tutto quello che viene fatto con lo scopo di placare il complesso pensiero-emozione-sensazione è una droga, perché è frutto di un atto coercitivo messo in essere dalle abitudini della mente, un comportamento di default in cui il soggetto reagisce ripetendo sempre lo stesso schema e non risponde con un’azione nuova che apre ad altre possibilità.

L’inquinamento dentro…e l’aggravante

Sentiamo spesso dire che “il dentro è il fuori, e viceversa”, ma cosa vuol dire?

Allora vi faccio un’altra domanda: giunti a questo punto, non pare anche a voi che tutto questo inquinamento mentale, emotivo e fisico non è che lo specchio dell’inquinamento che noi esseri umani riversiamo nella società, nelle relazioni mordi e fuggi, nel rapporto con la Terra, o con i beni materiali? 

Non c’è davvero dubbio che a un caos e disordine mentale (dunque interno) corrispondano un caos e un inquinamento materiale (dunque esterno). 

Tutto questo ha, inoltre, un’aggravante: la droga capitalista ricade sull’ecosistema del Pianeta, soprattutto con l’aumento dei prodotti ricavati dalla lavorazione del petrolio. Viene imposto il paradigma del monouso, spesso in plastica, che è legato a (e alimenta) una visione sociale fortemente individualista, basata su competitività e capitalizzazione, e scollegata emotivamente dall’altro e dal contesto.

Distruggendo il Pianeta, stiamo distruggendo noi stessi, per un motivo anche molto evidente: noi siamo un microcosmo connesso alla Terra, che è il macrocosmo, e da essa dipendiamo.

Al momento, la maggior parte di noi è inquinata interiormente dal prestare attenzione a pensieri ed emozioni che portano all’instaurarsi di abitudini insane, e invece che allenarne di nuove e sane, continuiamo a manifestare esteriormente le vecchie con vigore. E, se invece che praticare la gentilezza, pratichiamo il suo esatto opposto, alla lunga finiremo per attivare anche nell’altro la scintilla delle emozioni negative.

Per gestire queste abitudini insane, mettiamo in atto comportamenti maladattativi e consumiamo beni effimeri, che rilasciamo poi a nostra volta sulla Terra, riflettendo così il nostro inquinamento interiore anche all’esterno.
Sia le nostre abitudini insane, che i tanti beni effimeri continuamente acquistati e irrimediabilmente buttati, non sono che scarti, rifiuti altamente inquinanti, specialmente se lasciati in un angolo nell’ombra della mente e del mondo. 

Come fare a invertire la rotta? 

Con la meditazione.

Meditando possiamo portare alla luce le nostre parti inconsce, che causano comportamenti di cui siamo appunto inconsapevoli, perché sono comandati dal pilota automatico della mente.
Portare alla luce significa prendere coscienza e percezione dello squilibrio interiore, e scegliere di condurre una vita sana ed in armonia tra le parti che compongono l’essere umano e l’umanità. Ma non solo. 

Allargando il concetto di equilibrio, portare alla luce significa tornare a riconoscere come la sola esistenza di noi esseri umani non sia garanzia di vita in futuro: la nostra esistenza è infatti fortemente legata all’esistenza della Terra e a quella degli esseri viventi. Siamo tutti correlati da uno strettissimo rapporto di interdipendenza. Un’esistenza armonica è frutto della relazione equilibrata tra le parti, e anche l’unico modo per riuscire a vivere una vita sana.

Se immaginiamo il nostro cervello come un giardino, quello che facciamo meditando è prendere atto dell’esistenza di erbacce – come anche dell’impossibilità di eliminarle – e potarle costantemente, affinché esse non finiscano per ricoprire tutto lo spazio del nostro pensiero. Al contempo, nutriamo i semi più salutari, come ad esempio la compassione, la gentilezza amorevole, la gratitudine, la fratellanza, o la solidarietà, facendo sì che queste qualità fioriscano, diventando talmente pervasive da coinvolgere anche chi è intorno a noi.

Bibliografia

  1. https://www.neuroscienze.net/mente-e-cervello/
  2. Zindel V., Segal J., Mark G., Williams John D. Teasdale, MINDFULNESS AL DI LA’ DEL PENSIERO, ATTRAVERSO IL PENSIERO, Torino, Bollati Boringhieri, 2014, Pg.291
  3. http://www.treccani.it/enciclopedia/mente-e-cervello_%28Enciclopedia-Italiana%29/
  4. http://www.treccani.it/enciclopedia/neurone_res-f6daa336-9b53-11e1-9b2f-d5ce3506d72e_%28Dizionario-di-Medicina%29/


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