Antropocene: il bisogno di definire l’epoca dell’uomo

“L’uomo ha dimenticato da troppo tempo che la Terra gli è stata data unicamente per usufrutto, non per consumo, ancor meno per far proliferare rifiuti.” – Man and Nature, G.P. Marsh, 1864

La consapevolezza che l’interazione dell’uomo con l’ambiente circostante stesse arrivando a modificare la sostanza stessa del mondo che abitiamo comincia già alla fine del XIX secolo. La denuncia e il biasimo rivolto alle attività umane che il politico e pioniere dell’ecologia statunitense George Perkins Marsh riporta nel suo famoso libro, Man and Nature, pubblicato nel 1864, rivelano la forte preoccupazione dell’autore per l’estensione su larga scala dei cambiamenti operati dall’uomo sul mondo fisico, come ad esempio la regimentazione dei corsi fluviali e le relative modifiche dei processi di erosione e sedimentazione, o la deforestazione di ampie aree boschive per fare spazio ad agricoltura e allevamento, tali da arrivare persino a modificare localmente il clima.

L’autore evidenzia quanto pericolosa sia l’imprudenza dell’essere umano nel voler manipolare e controllare tutto ciò che lo circonda, e sottolinea che qualsiasi grande operazione atta a modificare l’ambiente circostante, tanto da distruggere il naturale equilibrio che lo caratterizza, dovrebbe sempre essere valutata con molta cautela – soprattutto se dettata dal puro interesse economico.

All’epoca la denuncia di Marsh aveva contribuito a far riconoscere ai cittadini americani la portata del danno ambientale che le attività umane stavano comportando, e a risvegliare il bisogno di un comportamento più rispettoso e consapevole nei confronti della Natura. L’impeto di questi sentimenti si tramutò nella creazione di molte aree protette e parchi naturali, nonché nella nascita dei primi movimenti politici dedicati alla protezione delle risorse ambientali.

Da allora non è passato molto tempo: su scala geologica, 150 anni sono un battito di ciglia, se non meno. Eppure, il mondo naturale si è fatto via via più estraneo, fino a diventare in certi casi un completo sconosciuto.

L’estraneità che oggi proviamo verso la Natura, i suoi equilibri e le sue dinamiche va di pari passo con il grande, rapido e ormai incontrollato utilizzo che facciamo delle sue stesse risorse. L’uomo non è più interconnesso con il mondo naturale,  bensì lo considera scontato, superfluo: lo vede come qualcosa che c’è sempre stato e sempre ci sarà, e di cui non c’è motivo di preoccuparsi.

Per l’uomo 2.0 la Natura è “quella cosa verde” che ad oggi può sperimentare solo in poche occasioni, ad esempio organizzando gite domenicali a Parchi e Riserve Naturali, o attraverso i documentari che vede in TV: perché quella stessa natura, che una volta ci circondava, è stata trasformata da lui stesso in chilometri di terra senza alberi o animali, adibiti ad agricoltura e allevamenti intensivi, o a terreni edificati e zone industriali. Sfortunatamente, l’uomo di oggi considera l’ambiente non tanto come la propria casa, dove cercare esperienze reali e dove poter tornare in contatto con la propria autentica essenza, bensì come una risorsa da sfruttare. E se da un lato non solo la ammira, ma la ricerca (proprio con quelle gite o in quei documentari), dall’altro non sembra rendersi conto che è proprio la stessa natura che distrugge ogni giorno.

Nel 2002 il chimico Paul Crutzen ha ripreso il concetto di ‘Antropocene’, introdotto già nell’Ottocento, per definire l’intervallo di tempo in cui i processi della Terra sono stati modificati profondamente dall’uomo: ora l’influenza umana si può infatti notare sul clima, sulle terre, gli oceani e la biosfera. Secondo il Premio Nobel Crutzen, l’uomo ha provocato e continua a provocare un cambiamento sulla Terra talmente profondo da poter essere contraddistinto come una nuova epoca geologica.

Per capirci meglio: secondo la Scala dei Tempi Geologici, il tempo della Terra può essere suddiviso in eoni, ere, periodi ed epoche, un po’ come il tempo umano viene suddiviso in anni, secoli e millenni. Ognuna di queste fasi terrestri è contraddistinta da chiari avvenimenti, come ad esempio un’estinzione, riscontrabili negli strati di roccia, che i geologi leggono come un libro e chiamano record geologico.

In questo senso, l’Antropocene non è ancora chiaramente visibile negli strati di roccia di cui abbiamo appena parlato: per il momento ha effetti percepibili soprattutto sulle sfere politiche, economiche e sociali. Ma sicuramente, date le profonde modifiche che l’uomo sta apportando alla biosfera, in un futuro molto prossimo sarà anche riscontrabile a livello geologico.

Qualora l’essere umano dovesse smettere di costruire e modificare l’ambiente, la Natura riprenderebbe il sopravvento in pochi decenni. Ciò nonostante, se anche l’impronta delle megacostruzioni umane (come ad esempio le metropoli) non venisse preservata nel record geologico, come sostiene il geologo J. Zalasiewicz, di sicuro resterebbero le nostre tracce chimiche: l’aumento di CO2 nell’atmosfera ha dato il via ad una cascata di eventi che hanno modificato la sostanza stessa di alcuni ambienti. Per esempio, gli oceani si sono acidificati e riscaldati, motivo per cui organismi come coralli e plankton che li abitano stanno diminuendo o addirittura morendo – andando per altro a impoverire la base della catena alimentare. Già il fenomeno dell’acidificazione, da solo, potrebbe comportare un tale cambiamento nell’ecosistema marino, con un importante declino della sua biodiversità, da essere visibile in futuro nel record geologico.

Si tratta di un argomento complesso, difficile da comprendere, a partire dal concetto stesso di Antropocene. Quando parliamo di Antropocene, infatti, non ci riferiamo unicamente all’ambiente, al paesaggio, all’ecosistema, all’inquinamento, o ai rifiuti che raccogliamo. Piuttosto, ci riferiamo all’attività umana tutta, la quale ha effetti sul Sistema Terra che sono tangibili e distinguibili dai suoi cicli naturali. La chiave di lettura di questo concetto è che l’attività umana non si limita a influire solo sull’ambiente o sul paesaggio, ma rende l’uomo una ‘forza della Natura’ in grado di modificare i cicli naturali stessi, vale a dire il funzionamento alla base del Pianeta.

Ed è qui che nasce la Scienza del Sistema Terra – la Earth System Science – che mira proprio a tracciare e definire questi cambiamenti, che riguardano tutte le componenti del Pianeta (C. Hamilton, 2015), che viene visto appunto come un sistema le cui parti sono profondamente interconnesse, e non come un insieme formato da tanti elementi separati e indipendenti tra loro. Per via di questa complessità e di questa profonda interconnessione, ma anche a causa, talvolta, della lentezza di questi cambiamenti, o comunque del manifestarsi delle loro conseguenze, spesso il tema dell’Antropocene ci appare distante, poco chiaro o complicato. È normale sentirsi estranei e avere difficoltà a familiarizzare con l’idea di un mondo che sta cambiando, letteralmente, sotto i nostri occhi.

Per semplificare, uscendo dall’ambito scientifico ed entrando nella sfera della vita di tutti i giorni, basterebbe pensare che tutto quello che ci circonda fa parte di un grande circolo, dove ogni modifica comporta risultati a breve e lungo termine e dove ogni azione ha una conseguenza, per quanto lentamente essa si possa manifestare. In questo caso, come la geologia e la teoria dell’Antropocene ci dimostrano, lo stile di vita che acquisiamo con questo sistema economico completamente insostenibile sta già avendo ripercussioni estremamente negative ed allarmanti sul Pianeta e, di conseguenza, su di noi: ripercussioni che erano state ipotizzate all’inizio del ventesimo secolo, ma che ora sono tangibili. Diventa quindi evidente che la velocità e la grandezza dello sfruttamento delle risorse (finite) della Terra stanno avendo un impatto talmente grande e negativo, che è ormai giunto il momento di fermarsi e domandarsi che vita, che salute e che prospettive abbiamo, ma soprattutto vorremmo, per il nostro prossimo e vicinissimo futuro. 

di Angela Castagna

Bibliografia

  • G.P. Marsh, 1864. Man and Nature
  • J. Zalasiewicz, 2011. The Anthropocene: a new epoch of geological time?
  • C. Hamilton, 2015. Getting the Anthropocene so wrong

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