Inquinamento: e se non fosse solo ambientale?

Oggi le neuroscienze affermano che pensieri ed emozioni sono prodotti della mente, e che la mente è una funzione del cervello. Quest’ultimo, a sua volta, è un organo del corpo e, come tale, quel che produce e crea lo manifesta su di esso1 sotto forma di sensazione fisica o sintomo.  Nello specifico, antropologicamente parlando, il sintomo è una micro-narrazione del disequilibrio interiore. Quindi, ascoltando e imparando il linguaggio del corpo, possiamo comprendere cosa ha da dirci, e portare alla luce il malessere che è dentro di noi. Ad oggi, però, c’è poca consapevolezza (se non nessuna) di questo linguaggio, che molto spesso non sappiamo né ‘udire’, né tanto meno capire. Il risultato è un malessere profondo, dal quale non sembriamo avere i giusti strumenti per uscire. Eppure, passando la nostra intera vita dentro il nostro corpo, ed essendo dotati di istinti naturali tanto quanto tutti gli altri esseri viventi, dovremmo essere in grado non solo di renderci conto che esso ci sta mandando dei segnali, ma anche di capirli e, di conseguenza, agire. Nonostante ciò, sembriamo esserci completamente dimenticati di come si “parla” questo linguaggio. Ma quand’è successo che abbiamo perso questa capacità, un tempo così naturale? C’è modo di recuperarla, o ormai è troppo tardi? Ebbene, per comprendere cosa è successo, ma soprattutto capire come poter re-imparare questo linguaggio, dobbiamo guardare al passato e lasciare che la storia ci insegni. Tutto ebbe inizio da Cartesio.

Identificarsi nelle separazioni

Cartesio, elaborando il paradigma cogito ergo sum (penso dunque sono), attribuì piena superiorità alla nostra mente su tutte le altre parti della nostra esistenza (corpo, emozioni, sensazioni, etc.). Nel tempo, questa teoria arrivò ad avere grandissimo successo, e fu abbracciata dalla società con la stessa forza con cui era stata abbracciata la scoperta della sfericità della Terra, o dell’esistenza della forza di gravità: non c’era dubbio che fosse così. Questo nuovo modo di guardare all’essere umano e alla sua mente ha fatto in modo che ci dimenticassimo di essere, in realtà, un insieme olistico complesso ed integrato di mente, corpo e coscienza. Questo perché Cartesio, separando il mondo della materia (res extensa) dal mondo del pensiero (res cogitans), ha portato gli esseri umani a identificarsi nelle separazioni.  La sua visione si fondava infatti sull’idea che la vita sulla Terra si basasse su coppie dicotomiche poste in opposizione, come per esempio: bianco o nero, giusto o sbagliato, ricco o povero, dentro o fuori e che queste coppie fossero assolute e imprescindibili. In realtà però, quando prendiamo queste coppie per verità e posizioni assolute, senza abbracciare la relatività delle cose e delle situazioni, incontriamo grande sofferenza, poiché, come comprovano filosofie e discipline molto più antiche di quelle cartesiane, la virtù sta nel mezzo.

Il passato che ci insegna a vivere il presente

Nonostante Cartesio sia riuscito a persuadere l’umanità di questo inequivocabile dualismo, grazie al quale si riuscirebbe a racchiudere tutta l’esistenza in categorie pronte e formate, dimenticandosi dell’unicità di ogni vita, esistono delle tecniche vecchie più di duemila anni che tutt’ora danno la prova fisica che questo modo di vedere il mondo è altamente nocivo e pericoloso per la nostra esistenza. Si dice che a insegnare queste tecniche ai monaci sia stato il Buddha Storico. Parliamo, ad esempio, della meditazione Vipassana, con cui possiamo raggiungere calma concentrata e presenza aperta. Dall’India, queste tecniche furono diffuse in tutto il resto dell’Oriente, assumendo anche altri nomi e caratteristiche, fino a diventare la vasta gamma di pratiche, filosofie e discipline che oggi chiamiamo pratiche di meditazione e di consapevolezza. Attraverso queste pratiche impariamo a osservare i processi e i prodotti della mente con l’intento di allenare l’attenzione a tornare al momento presente. In questo modo, riusciamo a smettere di identificarci con i processi che il nostro cervello ci propone costantemente: questo esercizio mentale si chiama disidentificazione. Nella vita di tutti i giorni, infatti, siamo spesso imbrigliati nel divagare mentale e crediamo di essere il “film” che la nostra mente produce. Si dice quindi che ci identifichiamo con i nostri pensieri e con le nostre emozioni, riconoscendoli come la realtà assoluta delle cose. Facciamo un esempio: se la mia mente mi dice che “sono un buono a nulla” e io mi identifico con questo film, finirò per pensare che è la realtà, e cioè che sono proprio un buono a nulla. Mi comporterò quindi di conseguenza, magari non presentandomi a un colloquio di lavoro, o non intraprendendo un certo tipo di carriera che invece mi appassionerebbe moltissimo, o non imparando quello sport che tanto mi piace – lasciando che questa “storia” determini le mie azioni e la mia vita. In realtà, quel “film” non esiste nel qui ed ora, ma è il prodotto immaginario della mente che, a causa di una sua funzione caratteristica, va avanti e indietro nel passato e nel futuro, generando una miriade di film di ogni genere. Che sia ben chiaro: questo divagare della mente, questo andare avanti e indietro nel passato e nel futuro generando miriadi film (spesso tristissimi o paurosissimi), è una cosa normalissima. Non è segno di una mente malfunzionante, né tantomeno di stupidità, anzi! Si tratta di una funzione caratteristica della mente, cioè di un meccanismo che è normale che ci sia, come è una funzione caratteristica del cuore quella di battere. Tant’è che, proprio come con il battito cardiaco, il più delle volte questi film vengono proiettati senza che noi ci facciamo caso. Ma perché il cervello fa così? Perché proietta questi film?  Quando si è sviluppato, all’epoca dei nostri antenati cavernicoli, questi “film” ci aiutavano a rimanere in vita. Un ipotetico orso in fondo alla caverna, o la paura di essere esclusi dalla tribù e quindi ritrovarsi da soli e morire di fame, erano storie che il cervello raccontava continuamente all’Homo Sapiens, per aiutarlo a sopravvivere. Ad oggi ovviamente questi pericoli non esistono più, o almeno non nella stessa forma, ma anche nelle società più agiate e meno minacciose il nostro cervello continua comunque a lavorare come ha sempre fatto, perché è questo il suo modo di procedere. La differenza la fa il credere o meno a questi film. Infatti, quando decidiamo di prestargli attenzione, il nostro divagare mentale diventa intrusivo, e genera una condizione di sofferenza, che se patologica porta a disturbi come depressione o ansia, e a un ego che non è in grado di assolvere alla sua funzione di coordinamento. 

Allenare l’attenzione

Divagare equivale a vivere nell’inconsapevolezza, quindi fuori dal momento presente, e ci porta a condurre un’esistenza altalenante, in balia dei nostri umori e delle nostre emozioni, che sono “un complesso di pensieri, emozioni, sensazioni fisiche e impulsi” legati tra loro e difficili da distinguere. Ed ecco che arrivano in aiuto le pratiche meditative. Grazie ad esse possiamo allenare l’attenzione consapevole (che appunto si sviluppa nello stato meditativo), imparando giorno dopo giorno ad ‘addomesticare’ la mente, calmandola. Questo perché impariamo a osservare i suoi processi e prodotti, a scindere la complessità dei pensieri, e ad individuare le parti che li compongono, depotenziando così la loro forte presa emotiva2. Ma come fa una pratica come la meditazione ad avere questo tipo di effetti sulla mente? La risposta va cercata, ancora una volta, nel funzionamento del nostro cervello.

Come funziona il cervello e quali sono gli effetti della meditazione su di esso?

Il cervello è la parte più consistente del sistema nervoso: costituisce il 2% della massa corporea, e consuma il 25% di tutto l’ossigeno che respiriamo. Esso riceve informazioni dal mondo esterno, le elabora, le memorizza se necessario, e mette in circolazione una risposta3. Questa risposta viene messa in circolazione attraverso l’amigdala grazie a neuroni, neurotrasmettitori e sinapsi. Il neurone è l’unità funzionale del sistema nervoso: è “una cellula altamente specializzata per ricevere, elaborare e trasmettere, le informazioni” ad altri neuroni, o a cellule muscolari e ghiandolari, tramite segnali chimici ed elettrici4. A inviare le informazioni da una cellula all’altra sono i neurotrasmettitori: il punto di contatto tra essi sono le sinapsi, dove si memorizzano i contenuti che poi, a lungo andare, diventano abitudini. All’interno della rosa delle tante abitudini che sviluppiamo durante la nostra vita, sono identificate come ‘insane’ quelle che vengono messe in atto come risposta automatica ad una situazione che reputiamo uno stressorossia un agente stressante, e che sollecita l’organismo facendolo attivare e entrare in una condizione, appunto, di stress. Il ruolo fondamentale qui lo gioca l’amigdala, che è un po’ il controllore del cervello per quanto riguarda le minacce: in termini molto semplici, questa ghiandola decide se qualcosa costituisce o meno un pericolo e, di conseguenza, mette in moto la serie di “comunicazioni” neuronali che abbiamo appena descritto, invitando il corpo a combattere, fuggire o immobilizzarsi, così da sopravvivere. Insomma, è lei che lancia o meno l’allarme rosso. All’atto pratico, la meditazione ci insegna a diventare consapevoli di queste reazioni dell’amigdala, permettendoci di allenare la mente a non entrare in allarme laddove non ce n’è bisogno, oppure a riconoscere che l’allarme è stato lanciato ma senza motivo, e quindi agire diversamente da come il nostro corpo viene invitato a fare. Come abbiamo detto, infatti, grazie alle pratiche contemplative riusciamo a osservare con consapevolezza sempre maggiore i pensieri e le emozioni che determinano i nostri comportamenti, riconquistando la capacità di scegliere se metterli in atto o meno. Non solo. Se ci mettiamo in osservazione, possiamo notare anche che nel momento in cui viviamo mentalmente una situazione, la valutiamo automaticamente, spesso come giusta o sbagliata, proprio in relazione a quell’istinto di sopravvivenza ancora vivissimo nel nostro cervello. Facciamo un esempio più concreto: se la mente rievoca il ricordo di una brutta esperienza passata, sorge in automatico la preoccupazione che si ripresenti in futuro (stressor). Così, il cervello attiva attraverso l’amigdala la risposta di attacco, immobilizzazione o fuga, e produce un’emozione (paura, rabbia, tristezza) che si manifesta attraverso una sensazione fisica (colite, aumento della respirazione, istinto alla fuga, urla). A questo punto, non distinguendo tra situazione immaginaria e situazione reale, reagiamo. Ovviamente, come abbiamo detto, il cervello immagina minacce che, si può dire, non esistono più. Dunque, quello che noi percepiamo non è solo un’emozione fortissima e una sensazione fisica spesso insopportabile, ma anche il bisogno di placare questa emozione e sensazione. Così, per spegnere l’attivazione fisiologica da stress, si innesca una reazione automatica di risposta abitudinaria maladattativa, ossia un comportamento come ad esempio mangiarsi le unghie, o mangiare compulsivamente, accendere una sigaretta, guardare ore e ore di TV, o azioni simili, che vanno a placare l’attivazione da stress, dandoci sollievo. A lungo andare, però, questo processo inconsapevole si cronicizza sotto forma di patologie, che emergono nei punti in cui l’emozione si è inizialmente manifestata, prima come sensazione (ossia la sensazione di aver bisogno di compiere un’azione che allevi lo stress) e poi come sintomo (mangiarsi le unghie, fumare, etc.). Un altro esempio di abitudine maladattiva, che ci aiuta ad alleviare lo stress dato da una mente poco presente, e che quindi ci racconta continuamente storie terribili su come tutto è una minaccia, e alle quali soprattutto noi decidiamo di credere? Acquistare cose, specialmente se non ci servono. La società consumista e capitalista contemporanea, infatti, ha spinto l’essere umano a curare il disagio interiore non attraverso l’osservazione e la conoscenza di sé, ma attraverso il consumo dei beni, cui corrisponde un folle aumento di prodotti che, terminato l’effimero effetto di pace istantanea dato dall’ultimo acquisto, si traduce in un’ennesima ecatombe di merci accumulate e buttate, perché ormai inadatte all’appagamento del vuoto interiore che ci ha spinto ad acquistarle in prima battuta. Ecco perché l’acquisto (talvolta addirittura compulsivo), specialmente di qualcosa che non ci serve, rientra proprio all’interno di quelle abitudini insane che sviluppiamo per alleviare lo stress. Va da sé, quindi, che non è l’oggetto che acquistiamo a darci pace, ma l’azione stessa dell’acquistare, generando un meccanismo di dipendenza, gratificazione e assuefazione simile a quello dell’assunzione di una droga. E non stiamo davvero esagerando. Infatti, tutto quello che viene fatto con lo scopo di placare il complesso pensiero-emozione-sensazione è una droga, perché è frutto di un atto coercitivo messo in essere dalle abitudini della mente, un comportamento di default in cui il soggetto reagisce ripetendo sempre lo stesso schema e non risponde con un’azione nuova che apre ad altre possibilità.

L’inquinamento dentro…e l’aggravante

Sentiamo spesso dire che “il dentro è il fuori, e viceversa”, ma cosa vuol dire? Allora vi faccio un’altra domanda: giunti a questo punto, non pare anche a voi che tutto questo inquinamento mentale, emotivo e fisico non è che lo specchio dell’inquinamento che noi esseri umani riversiamo nella società, nelle relazioni mordi e fuggi, nel rapporto con la Terra, o con i beni materiali? Non c’è davvero dubbio che a un caos e disordine mentale (dunque interno) corrispondano un caos e un inquinamento materiale (dunque esterno). Tutto questo ha, inoltre, un’aggravante: la droga capitalista ricade sull’ecosistema del Pianeta, soprattutto con l’aumento dei prodotti ricavati dalla lavorazione del petrolio. Viene imposto il paradigma del monouso, spesso in plastica, che è legato a (e alimenta) una visione sociale fortemente individualista, basata su competitività e capitalizzazione, e scollegata emotivamente dall’altro e dal contesto. Distruggendo il Pianeta, stiamo distruggendo noi stessi, per un motivo anche molto evidente: noi siamo un microcosmo connesso alla Terra, che è il macrocosmo, e da essa dipendiamo. Al momento, la maggior parte di noi è inquinata interiormente dal prestare attenzione a pensieri ed emozioni che portano all’instaurarsi di abitudini insane, e invece che allenarne di nuove e sane, continuiamo a manifestare esteriormente le vecchie con vigore. E, se invece che praticare la gentilezza, pratichiamo il suo esatto opposto, alla lunga finiremo per attivare anche nell’altro la scintilla delle emozioni negative. Per gestire queste abitudini insane, mettiamo in atto comportamenti maladattativi e consumiamo beni effimeri, che rilasciamo poi a nostra volta sulla Terra, riflettendo così il nostro inquinamento interiore anche all’esterno. Sia le nostre abitudini insane, che i tanti beni effimeri continuamente acquistati e irrimediabilmente buttati, non sono che scarti, rifiuti altamente inquinanti, specialmente se lasciati in un angolo nell’ombra della mente e del mondo.

Come fare a invertire la rotta?

Con la meditazione. Meditando possiamo portare alla luce le nostre parti inconsce, che causano comportamenti di cui siamo appunto inconsapevoli, perché sono comandati dal pilota automatico della mente. Portare alla luce significa prendere coscienza e percezione dello squilibrio interiore, e scegliere di condurre una vita sana ed in armonia tra le parti che compongono l’essere umano e l’umanità. Ma non solo. Allargando il concetto di equilibrio, portare alla luce significa tornare a riconoscere come la sola esistenza di noi esseri umani non sia garanzia di vita in futuro: la nostra esistenza è infatti fortemente legata all’esistenza della Terra e a quella degli esseri viventi. Siamo tutti correlati da uno strettissimo rapporto di interdipendenza. Un’esistenza armonica è frutto della relazione equilibrata tra le parti, e anche l’unico modo per riuscire a vivere una vita sana. Se immaginiamo il nostro cervello come un giardino, quello che facciamo meditando è prendere atto dell’esistenza di erbacce – come anche dell’impossibilità di eliminarle – e potarle costantemente, affinché esse non finiscano per ricoprire tutto lo spazio del nostro pensiero. Al contempo, nutriamo i semi più salutari, come ad esempio la compassione, la gentilezza amorevole, la gratitudine, la fratellanza, o la solidarietà, facendo sì che queste qualità fioriscano, diventando talmente pervasive da coinvolgere anche chi è intorno a noi. di Jasmine Di Benedetto

Bibliografia

  1. https://www.neuroscienze.net/mente-e-cervello/
  2. Zindel V., Segal J., Mark G., Williams John D. Teasdale, MINDFULNESS AL DI LA’ DEL PENSIERO, ATTRAVERSO IL PENSIERO, Torino, Bollati Boringhieri, 2014, Pg.291
  3. http://www.treccani.it/enciclopedia/mente-e-cervello_%28Enciclopedia-Italiana%29/
  4. http://www.treccani.it/enciclopedia/neurone_res-f6daa336-9b53-11e1-9b2f-d5ce3506d72e_%28Dizionario-di-Medicina%29/

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