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Plastiche biodegradabili e compostabili? No, grazie!
Anche le istituzioni si stanno muovendo, coscienti di quanto sia urgente affrontare l’emergenza ambientale su più fronti: per esempio, il Parlamento Europeo ha vietato l’uso di molti prodotti di plastica usa e getta entro il 2021. Tanti già si chiedono con cosa verranno sostituiti oggetti come le posate di plastica usa e getta, le cannucce o i cotton fioc: ed è qui che entrano in gioco i materiali di ultima generazione come le bioplastiche o le plastiche compostabili. Ne esistono già vari, principalmente di origine vegetale, definiti biodegradabili o compostabili. Ma sono davvero più eco-friendly della classica plastica?
Se il nostro obiettivo è tendere a uno stile di vita più sostenibile, dobbiamo necessariamente fare alcune riflessioni. Innanzitutto, dobbiamo tenere conto dei processi di degradazione. Da questo punto di vista, i più “verdi” tra i materiali appena citati sono quelli compostabili (per esempio Mater-Bi, P.L.A. e P.H.A.), perché si degradano in meno di 3 mesi e possono tornare alla terra sotto forma di concimi. Subito dopo vengono le plastiche biodegradabili ma non compostabili, che si degradano al 90% entro 6 mesi. In questo senso, quindi, i materiali di nuova generazione sono senz’altro più ecologici della plastica tradizionale, che invece impiega fino a 1000 anni per degradarsi, e che, per via del processo di frammentazione, rilascia molte microplastiche nell’ambiente. Inoltre, la plastica derivata dal petrolio ha un carbon footprint (ossia l’impronta al carbonio, un parametro utilizzato per misurare le emissioni di gas serra di un determinato materiale, oggetto o persona) molto più alto delle bioplastiche, soprattutto a causa dell’energia necessaria per la sua produzione, che è nettamente maggiore rispetto a quella che serve per produrre plastiche di origine vegetale come il P.L.A. (S. Pathak, 2014). In secondo luogo, dobbiamo considerare i processi produttivi dei materiali stessi. Se derivate da scarti alimentari o di altre filiere produttive, le bioplastiche possono rivelarsi molto sostenibili, certo. Purtroppo però, spesso provengono da coltivazioni di mais o canna da zucchero (M. N. Somleva, 2013). In questo caso, tenendo di conto di tutte le risorse utilizzate (acqua, energia e suolo) e dei danni causati all’ambiente da pesticidi e fertilizzanti impiegati per rendere le coltivazioni efficienti, possiamo concludere che, in realtà, le bioplastiche hanno un impatto decisamente negativo sul nostro pianeta. Un esempio: per produrre 25 bottiglie da 1,5 litri in P.L.A. sono necessari ben 2250 litri di acqua – per via dell’irrigazione e della produzione del mais – a fronte dei 17,5 litri necessari a produrre lo stesso numero di bottiglie di uguale volume in Pet, ossia in plastica “fossile” (Spezzacatena, 2019). Nel caso della canna da zucchero, poi, il bilancio sarebbe anche peggiore, dato che viene coltivata in zone tropicali, sottraendo per altro suolo alle foreste pluviali già in forte contrazione. Quindi, il prefisso “bio” non è necessariamente sinonimo di maggiore sostenibilità, e in effetti un recente studio dimostra come alcune bioplastiche, ovviamente biodegradabili, in determinate condizioni ambientali (chimismo, temperatura, ecc…) si comportino in modo davvero molto simile alle plastiche derivate dal petrolio (K. G. Harding, 2017). Ad esempio, per degradarsi completamente, la plastica definita biodegradabile ha bisogno di alcune condizioni chimico-fisiche che difficilmente si possono riscontrare nell’acqua del mare, dove molti dei nostri rifiuti finiscono. L’utilizzo della plastica biodegradabile (non compostabile), quindi, non ridurrebbe il problema della plastica negli oceani che sta mettendo a repentaglio gli ecosistemi marini. Inoltre queste plastiche, esattamente come quelle tradizionali, vanno incontro a frammentazione operata da raggi UV, ossidazione e da altri agenti esterni, generando microplastiche (Kershaw, 2015). Se vogliamo acquisire uno stile di vita più rispettoso dell’ambiente e di noi stessi, dobbiamo prima di tutto dire ADDIO AL MONOUSO. Non dobbiamo sostituire le posate, i piatti o le cannucce monouso con qualcosa di più sostenibile, ma comunque usa e getta – quindi non ad impatto zero per il nostro pianeta. Per essere davvero green dobbiamo imparare a dire “NO al monouso”, non per il plastic ban, ma per gridare al sistema di smettere di impiegare acqua, energia, suolo ed emettere gas serra per un oggetto dalla vita brevissima. Impariamo a farne a meno e a trovare l’alternativa riutilizzabile. Di Giulio FerranteBibliografia
- K. G. Harding, T. Gounden, S. Pretorius. “Biodegradable plastics: a myth of marketing?”. Procedia manufacturing, science direct. 2017
- Maria N. Somleva, Oliver P. Peoples and Kristi D. Snell. PHA Bioplastics, Biochemicals, and Energy from Crops (Plant Biotechnology journal 2013). Metabolix Inc., Cambridge, MA, USA.
- Peter John Kershaw. UNEP (2015) Biodegradable Plastics and Marine Litter. Misconceptions, concerns and impacts on marine environments. United Nations Environment Programme (UNEP), Nairobi.
- Swati Pathak, CLR Sneha, Blessy Baby Mathew. Bioplastics: Its Timeline Based Scenario & Challenges. Journal of Polymer and Biopolymer Physics Chemistry, 2014, Vol. 2, No. 4, 84-90
- Tommaso Spezzacatena (2019); Il lato oscuro delle bioplastiche. Impactschool magazine.
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